Quei veleni dietro il divorzio del 2009: per il tecnico fu Francesco a farlo fuori

La penna degli Altri
lunedì, 22 febbraio 2016 alle 13:06
spalletti mezzo pp mancini
IL MESSAGGERO (M. FERRETTI) -
«Si va da Checco». L’ordine, improvviso e perentorio, di Luciano Spalletti venne accolto dal gruppo romanista, in ritiro a Trigoria alla vigilia della sfida di Coppa Uefa contro il Bruges, con un mix di sorpresa e gioia. Checco Totti, stiamo parlando del febbraio del 2006, si era appena spezzato la gamba contro l’Empoli e da poche ore dopo l’intervento chirurgico a Villa Stuart era tornato a casa, a Casal Palocco, coccolato da mamma Fiorella. Tutti da Checco, insomma. E così, nel giro di una ventina di minuti, il tempo di partire in auto dal Bernardini, imboccare la Colombo e presentarsi a Villa Totti, la signora Fiorella si ritrovò in casa all’ora di cena Spalletti più una ventina di giovanotti che nel giro di una mezzoretta gli svuotarono tutti i frigoriferi, nonostante i rinforzi ordinati al volo da papà Enzo all’unico ristorante della zona aperto a quell’ora. Totti felice come un bambino, Spalletti più di lui. La sera dopo la Roma si sbarazzò dei belgi, eliminandoli, con il sorriso sulle labbra e le reti di Mancini e Bovo.
I DUE COMPLICI Totti e Spalletti, in quei tempi, erano una cosa sola: non giocatore e allenatore, ma due amici. Anzi, due complici. E la forza della squadra, capace di centrare undici vittorie di fila senza il suo capitano, si nutriva anche della solidità di quel rapporto tra i due che andava al di là del campo. Mai e poi mai, in parole povere, in quei giorni si poteva lontanamente immaginare quanto è accaduto nelle ultime ore. Uno strappo che ha origini lontane, e che l’intervista di Francesco alla Rai ha, in maniera devastante, soltanto portato alla luce. Spalletti, del resto, dopo aver abbandonato (non è stato esonerato, è bene ricordarlo) la Roma all’inizio di settembre del 2009, ha confidato a tutti i suoi amici di aver avuto il sospetto, forse la convinzione che Totti in qualche modo avesse brigato per il suo distacco dal club giallorosso. E basta parlare con qualche addetto ai lavori vicino al tecnico di Montespertoli per averne la conferma. Del resto, quel «sono cinque anni che parlo degli equilibri, invece si ricerca il tacco, la punta, il titolo, il gol... se non si fanno i contrasti, non si vincono le partite», urlato in dialetto toscano, e battendo il pugno sul tavolo, da Spalletti dopo la sconfitta casalinga contro la Juventus, chiamava direttamente in causa il numero 10. E Lucio la presunta “guerra sotterranea” di Francesco non l’ha mai dimenticata; non l’ha mai voluta dimenticare. E a fargli cambiare idea non sono bastate neppure le parole di Totti dopo il suo addio («Avrei voluto chiudere la carriera con Lucio»). Ma la tensione tra i due si è avvertita costantemente anche a distanza di migliaia di chilometri l’uno dall’altro. Esempio: Zenit campione di Russia 2010, messaggio di complimenti di Totti, replica di Spalletti: «Poteva dire qualcosa di più quando sono andato via da Roma». E ancora, tre anni fa: «Lui continua a dire che sono stato io a mandarlo via da Roma, ma la verità è che voleva andare allo Zenit», firmato Totti.
PUNTE DI VELENO Così, una volta (ri)trovatisi a Trigoria l’uno al fianco dell’altro, un mese abbondante fa, i (non) rapporti tra i due, al di là delle strette di mano di facciata, sono rimasti quelli del settembre 2009. Buongiorno e buonasera, per dirla alla Totti. Con il tecnico pronto a spiegare pubblicamente ad ogni minima occasione che lui «allena il gruppo, non solo Totti», che «la carta d’identità non è più la stessa e bisogna stare attenti ai rischi che si corrono: non c’è più Totti a prescindere» e che «Totti è uno alla pari degli altri»
. Lui, Francesco, ha ascoltato, ha sperato che l’allenatore gli dicesse quelle cose in faccia, ha fatto (quasi) finta di niente e si è cucito la bocca fino a sabato mattina, quando ha convocato la Rai a Trigoria. Spalletti, prima di entrare in sala-stampa, e di annunciare la presenza del 10 in campo contro il Palermo, era a perfetta conoscenza della situazione, forse già intuendo o immaginando quanto avrebbe potuto dire il suo vecchio amico. Promoveatur ut amoveatur, verrebbe ora da dire.

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