Addio al «fornaretto» Amadei, bomber eroe del primo scudetto. Il più giovane esordiente della A

La penna degli Altri
lunedì, 25 novembre 2013 alle 10:14
GASPORT (A. CATAPANO) - Che bisogno hanno gli uomini di andare all’attacco? Perché vi si buttano con entusiasmo? Che cosa mettono gli uomini nello sport? Domande che il semiologo francese Roland Barthes si pose nel 1960. «Se stessi e il loro universo umano», fu la risposta
L’uomo È difficile spiegare ai giovani d’oggi che razza di uomo sia stato Amedeo Amadei. Già da centravanti affermato, campione d’Italia con la Roma nel 1942, conobbe la guerra. I gol gli risparmiarono la Grecia e la Russia, grazie a una licenza premio concessagli da un colonnello dei bersaglieri. Ma i bombardamenti non risparmiarono il forno e la casa della sua famiglia a Frascati. Amadei si ritrovò improvvisamente povero. In quei giorni di stenti, conobbe il senso delle parole altruismo e solidarietà, e apprese una lezione che lo ha guidato per tutta l’esistenza, rivelata al collega Mauro Grimaldi in un’intervista del 2009: «
La cosa importante, nella vita, è sempre sapere riconoscere chi ti è stato vicino nei momenti difficili e, se ne hai la possibilità, aiutare chi ne ha bisogno». Amadei ne ha aiutati tanti, spesso all’insaputa dei suoi familiari. Maria Grazia, la figlia che un anno fa ricevette all’Olimpico una targa e una maglia nel nome del padre appena eletto nella hall of fame romanista, ieri ha trascorso la giornata a ricevere parenti, amici e perfetti sconosciuti che il padre aveva rimesso in piedi dopo un momento di difficoltà. «Papà era così, aiutava senza chiedere niente in cambio e senza ostentare nulla». Da un paio d’anni, dopo un intervento alla trachea, aveva iniziato la discesa. Negli ultimi mesi si era lasciato un po’ andare, aspettava serenamente la chiamata. Ieri, all’alba, se ne è andato senza un lamento, nel sonno.
Il calciatore Dieci anni fa, Marco Impiglia scrisse una bella biografia dal titolo «Amadei: pane e pallone». A Francesco Totti, che ieri nel ricordo commosso lo ha definito un «ragazzo prodigio», fu affidata la prefazione: «Di Amedeo Amadei ho sentito parlare fin da piccolo. C’era un centravanti rapido come il fulmine – mi dicevano, con l’aria di raccontare qualcosa tra il mitico e il leggendario – e la gente lo chiamava il “fornaretto di Frascati”. La mattina faceva il pane e al pomeriggio faceva i gol. Sapeva un po’ di favola. Una bella favola». Amadei è passato alla storia calcistica per un record di precocità ancora imbattuto (il più giovane esordiente in A a 15 anni, 9 mesi e 6 giorni) e per i gol – 174 in A – realizzati con Roma, Inter e Napoli (più un campionato di B con l’Atalanta). Cominciò da ala destra, fece fortuna da centravanti, chiuse da mezzala, «perché – raccontò una volta – arrivando a una certa età puoi sfruttare la tua intelligenza calcistica senza per forza essere una prima donna». Bruno Roghi, in un numero del 1950 del Calcio Illustrato, lo definì così: «Amadei è il “giocatore del risultato” per antonomasia. Non sempre il bel gioco è sulla punta delle sue scarpe, ma sempre il risultato della partita è potenzialmente contenuto nel suo tiro. Ha nel gioco dei muscoli e dei nervi il senso dell’agguato, e l’agguato è l’immobilità dell’aggressore che si rompe all’improvviso nell’estro e nella distensione del balzo. Non vi pare che Amadei somigli a un grosso gatto soriano?».
La Roma Se l’ingaggio all’Inter gli permise di comprarsi la prima macchina (una Topolino), la Roma è stata il centro della sua esistenza, dagli esordi a Campo Testaccio allo scudetto del ‘42. «Amedeo il modesto, ottavo re di Roma», lo definirono i suoi tifosi. Qualche anno fa lo andammo a trovare nel panificio di Vermicino. Gli chiedemmo: «Amedeo, cos’è stata per lei la Roma?». «Una mamma straordinaria
», ci rispose. Siamo certi che stasera i calciatori di Rudi Garcia vorranno vincere anche per lui. Domani Frascati potrà dargli l’ultimo saluto. La camera ardente sarà allestita in Comune, i funerali si svolgeranno nella chiesa di San Pietro.

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