Perrotta, alla faccia del bollito

La penna degli Altri
giovedì, 08 ottobre 2009 alle 10:16
IL ROMANISTA (S. PETRUCCI) - Confesso che ho sbagliato. E’ anche il titolo di un libro originale, ispirato alle ammissioni di colpa degli arbitri di basket (quelli di calcio non riusciranno mai a spingersi così in là). Ma, in questo caso, è semplicemente un momento di autocoscienza. Confesso che ho sbagliato - confesso che ho vissuto, scriveva con ben altra autorevolezza Pablo Neruda - su Simone Perrotta.
E sì che i suoi ultimi allenatori - Spalletti ieri, Ranieri oggi - ci hanno sempre sbattuto in faccia un’altra verità. Altro che giocatore finito: per loro Simone Perrotta da Ashton under Lyne, sobborgo della Greater Manchester a due passi dall’Old Trafford, dove la sua famiglia di Cerisano, Cosenza, viveva appunto negli anni Settanta, era e rimane addirittura un intoccabile. Trequartista incursore nelle stagioni d’oro dell’éra spallettiana, esterno mancino con licenza di tagliare al centro in queste giornate di rinascita ranieriana. Comunque indispensabile: per senso tattico, dedizione, generosità, agonismo. Certo, i piedi sono quelli che sono. Avesse nelle scarpe la sensibilità di Diego, per non dire di Totti, avrebbe già segnato più gol di Di Natale. "E’ il capocannoniere virtuale del campionato", disse con intuito sorprendente Marcello Lippi, sulla via dell’incredibile trionfo azzurro al mondiale tedesco. Pareva una barzelletta nemmeno troppo divertente, era invece la fotografia fedele di un giocatore poco appariscente quanto fondamentale. Il ct ne fece una delle armi vincenti della formidabile spedizione in Germania, Spalletti gongolò davanti al televisore, strafelice del riconoscimento espresso dall’amico viareggino: "Perrotta arriva a concludere cinque, sei volta a partita. Trasformasse in gol la metà delle occasioni, vincerebbe a mani basse la classifica dei cannonieri".
Oggi il bomber virtuale, a un passo dalle 400presenze in carriera (con 33 gol in serie A e 4 in Europa), può togliersi anche un’altra soddisfazione. Quella di costringerci a fare i conti con il suo contratto, in scadenza il 30 giugno prossimo. Chi guardava a quella data quasi con sollievo ora si interroga persino preoccupato. Sarà mica il caso di tenerselo stretto, questo trentaduenne riapparso all’improvviso da ex logoro, ex bolso, ex spremuto? Anche per vincere il rimorso di troppi giudizi spietati, noi tenderemmo a votare per il sì. Perché i piedi di Simone di certo non miglioreranno, i polmoni prima o poi torneranno ad affievolirsi, decine di altre volte ci ritroveremo a maledire qualche giocata sghemba e a sognare un trequartista dal tocco di velluto. Ma forse uno così, specie quando ci si autofinanzia e ci si irtrova sempre più spesso a fare i conti coi centesimi, è meglio tenerselo in casa. Fosse pure come quei vecchi plaid un po’ lisi, quanto soavemente confortevoli in una di quelle notti dell’inverno che prima o poi tornerà a farci rabbrividire.

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