De Rossi vinci per noi a Milano

La penna degli Altri
martedì, 10 maggio 2011 alle 9:13
IL ROMANISTA (E. MASETTI) - Capelli corti, senza barba, qualche tatuaggio in meno: è il 19 agosto 2007, Supercoppa italiana. Minuto 33 del secondo tempo, Burdisso atterra Totti in area. Il Capitano, che non sta benissimo, lascia il pallone a De Rossi, che va sul dischetto, sguardo concentrato, tiro a fil di palo e gol. Sotto al settore ospiti. Un bacio alla maglia. Una gioia incredibile. La stessa che vuole riprovare domani. Pagherebbe di tasca sua per farlo. In palio non c’è solo una finale di Coppa Italia all’Olimpico, che è già tantissimo, ma anche la possibilità di riprendersi la sua squadra. Quella per cui avrà sempre il rimpianto «di poterle dedicare una sola carriera». Perché Daniele De Rossi è questo. Ed è questo che la Roma vuole. Per sempre. Tra un po’ ci sarà anche un contratto a dirlo.
«È difficilissimo fare l’arbitro qui, ma questi sono tratti in inganno sempre dalla stessa parte... Oggi è più
pesante parlare, ma anche a distanza di settimane a me l’amarezza non me la tolgono. Io dico quello che
penso. Non riesco a pensare alla partita: io non posso vincere uno scudetto con la Roma per queste cose, il
nervo sarà scoperto per tutta la vita. Lo stimolo? Di giocare con il cuore per la Roma non me lo leva nessuno,
Rizzoli o Collina o la loro banda». E ancora: «Fra due anni ci si ricorderà solo della classifica, non della
storia di questa stagione. Credo sia giusto soffermarsi su quanto avvenuto, sul perché non abbiamo vinto.
Non parlo di associazione a delinquere, ma di sudditanza psicologica, questo penso e questo voglio dire per la prima volta con assoluta fermezza». Così parlò, tra il 2008 e il 2009, Daniele De Rossi. Così, il capitano di domani, commentò quello che c’era stato con l’Inter un paio di stagioni fa. Parole durissime, che ogni romanista, in quel momento, avrebbe voluto dire e sentirsi dire. Un’unione completa tra De Rossi e la sua gente. Daniele, Roma e la Roma: la stessa cosa. Da lì bisogna ripartire. Oggi e domani. Anche adesso, che questa grande città magari gli va un po’ stretta, perché tanto simile a un paese piccolo piccolo. Un paese dove i si dice diventano più importanti dei fatti e dove molti si improvvisano allenatori prima e psicologi poi. Ecco allora spiegato che De Rossi "non gioca più da tre anni", che soffre "per motivi personali", che "non vede l’ora di andare via". Se poi ci si mette pure qualche comportamento «ingiustificabile » (per dirla alla Montella) ecco allora che il quadro è completo.
E invece no. Non è - soltanto - così. Prima cosa: De Rossi, a Bari come a Donetsk, ha sbagliato. Gli era capitato altre volte in carriera: a Bruges e soprattutto nel Mondiale tedesco con la Nazionale. Ma da quegli errori, da quelle gomitate da lui stesso definite «cazzate», Daniele ha trovato la forza di rialzarsi. Sempre. Dopo Bruges fu uno dei protagonisti della splendida cavalcata della Roma di Spalletti; dopo l’espulsione contro gli Usa è diventato campione del mondo, con tanto di rigore calciato in finale. Stavolta, la speranza è che la storia si ripeta. E che sia lui, con Totti a fare il tifo da casa, a prendere la Roma, ancora una volta per mano. D’altronde, l’ultima volta che abbiamo vinto a Milano contro l’Inter fu lui a segnare. Era il 19 agosto 2007. Era una grande Roma

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