Daniele Conti: "Lasciare Roma la chiave del mio percorso. I fischi all'Olimpico? Mi diedero del traditore per aver esultato"

La penna degli Altri
domenica, 30 novembre 2025 alle 9:00
daniele conti
GASPORT - Daniele Conti, ex bandiera del Cagliari e figlio della leggenda romanista Bruno Conti, ha rilasciato un'intervista all'edizione odierna del quotidiano e ha ripercorso la sua carriera. Ecco le sue dichiarazioni: "Mi sento romano e sardo allo stesso tempo. A Roma sarò sempre legato, ma Cagliari è casa mia. Questa terra mi ha adottato".
Andare via da Roma e dai paragoni con suo padre è stata la chiave per farcela nel calcio?
"Assolutamente. Avere un papà così è stato scomodo. Devi andare al doppio degli altri per toglierti l’etichetta del raccomandato e del “figlio di”. A Roma poi, ancora peggio. Io in giallorosso ho esordito in Serie A, ma poi sono stato contento di andare via. Avevo bisogno di fare il mio percorso".
Il calcio ha fatto sempre parte della vostra vita in famiglia. Si tramanda di generazione in generazione. Un ricordo sul Bruno Conti giocatore?
"Mi portava sempre in spogliatoio, fin da piccolissimo. Una volta il presidente Dino Viola mi chiese con che maglia avrei voluto vedere mio padre, che al tempo era in scadenza. Gli risposi che avrei scelto il Napoli, perché c’era Maradona. Due ore dopo gli aveva già rinnovato il contratto".
C’è anche un’immagine di suo padre in panchina che si copre il volto dopo un suo gol alla Roma.
"Penso lo abbia fatto dopo tutti e 5 i miei gol. Ai giallorossi ho segnato spesso, ma non l’ho mai fatto per spirito di rivalsa o altro. Negli anni ne ho sentite e subite di tutti i colori".
Come quando la fischiarono all’Olimpico?
"Mi incolpavano di aver esultato troppo sotto il settore ospiti. Ma non mi pento di nulla, i cagliaritani sono la mia gente e io in quel momento rappresentavo loro. La Roma, mio padre e tutto il resto non c’entrano. Mi diedero del traditore, invece il mio era semplicemente amore incondizionato per una terra".
Alla Roma poi sarebbe potuto finire qualche anno dopo.
"Sì, mi chiamò un dirigente. In panchina c’era Spalletti e so che mi avrebbe voluto. Ma l’idea di lasciare la Sardegna mi faceva stare male. Le offerte che arrivavano non riuscivo nemmeno ad ascoltarle".

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