Mexes, francese per caso. Come Candela

La penna degli Altri
mercoledì, 28 aprile 2010 alle 15:11
CORSPORT (R. MAIDA) - La sua città, Tolosa, fu conqui­stata dai romani tra il 120 e il 100 avanti Cristo. Forse anche per questo, dopo sei anni, Philippe Mexes piange per la Roma. Ce l’aveva nelle vene, un certo tipo di san­gue. Le lacrime azzurre, pure e sincere, che accompagnavano la sconfitta con la Sampdoria hanno inebriato i romani sti, riuscendo persino a le nire il dolore per lo scudet to quasi perso.
MOTIVI - Può una riserva soffrire così tanto se i suoi compagni non riescono a vincere una partita, sia pu­re importante? Può un pro­fessionista francese sentire il cuore battere tanto forte per i colori di una terra straniera? Può. Mexes è na­to in Francia per sbaglio. Basta sentirlo parlare, con la erre moscia mescolata al­lo slang: annamo, famo, di­mo.
Dopo pochi mesi a Trigoria, durante una partita particolarmente tesa, le tele­camere scovarono un suo neologismo, che doveva suonare volgare e invece risultò comico: mortaccituà, con l’accento sul­l’ultima lettera, urlato a un avversario. Del resto, si sa, le parolacce sono le pri­me cose che si imparano. Ma dette così, francesi alla carbonara, sono divertenti e basta.
IL MOMENTO - Nel tempo, Mexes è diven­tato il terzo uomo dello spogliatoio dopo Totti e De Rossi. Uno che conta. «
Sono pronto a fare il leader » disse due anni fa all’inizio del ritiro estivo. E in questa ve­ste ha trovato un suo equilibrio. Da giova­nissimo non sapeva controllare il caratte­re fumantino e la voglia di apparire. In età più matura ha imparato a mettere gli interessi della squadra davanti a quelli personali. Gioca poco, gioca solo quando uno tra Juan e Burdisso non è disponibi­le, non gli piace, eppure sta lì con i com­pagni, nel bene e nel male, neanche fosse un tifoso privilegiato. Soltanto una setti­mana prima di Roma- Sampdoria, e di quel dolce crollo emotivo, aveva corso co­me un indemoniato per festeggiare Vuci­nic nell’attimo del 2-1 alla Lazio.
INCERTEZZA - Non si fa condizionare dal­le situazioni spigolose. Ha il contratto in scadenza tra un anno, ha ri­chieste da Milan e Juven­tus, e con quello stipendio da campionissimo (2,5 mi­lioni netti più i premi e i bo­nus) non ha certezze sul fu­turo. Vorrebbe restare alla Roma ma non ha ancora ca­pito i progetti della società e le intenzioni di Ranieri. Inoltre negli ultimi mesi ha vissuto una serie di disav­venture nella vita privata: prima il furto dell’auto con la figlia a bordo, poi le bot­te in discoteca, poi l’appar­tamento svaligiato. Ma tut­to questo non ha minima­mente scalfito il suo amore per Roma e per la Roma.
L’INIZIO E LA FINE - La verità è che Mexes era romanista anche quando non poteva esserlo. Nella primavera del 2004 creò un caso internazionale per raggiungere la squadra che voleva, chiamato dall’amico Franco Baldini. Capello fu il primo a rice­verlo, a un giorno dal suo passaggio alla Juve, spiegandogli durante un pranzo co­me lo avrebbe fatto giocare. Peccato che Mexes fosse sotto contratto con l’Auxer­re. Uno strappo pagato caro sia da lui, con sei giornate di squalifica, che dalla Roma, che scucì 8 milioni e si vide bloccare le operazioni di mercato. Ma evidentemen­te, se adesso Mexes ride e piange a secon­da dei risultati della squadra indipenden­temente dal fatto che giochi o meno, ne valeva la pena. La Curva Sud, insieme con tutti i tifosi, si è accorta che Philippe è « uno di noi » . Come Vincent Candela, un altro francese cresciuto a Tolosa, nuovo avamposto della romanità.
Quando Candela cantava con i tifosi in curva Sud
Lui è addirittura an­dato in curva Sud. Da tifoso. E’ successo il 7 marzo, in occasio­ne di Roma- Milan. Vincent Candela non ha mai spezzato il legame affettivo con la squa­dra, con cui ha vinto lo scudet­to 2000/ 01, e con la città, dove è rimasto a vivere alla fine del­la carriera. Candela è un pre­cursore di Mexes: francese di Tolosa, più apprezzato da que­ste parti che in patria, difenso­re, innamorato dei colori che ha indossato tra il gennaio del 1997 ( la migliore intuizione di Carlos Bianchi) e l’estate del 2005 con picchi di rendimento stratosferici.
Una volta lasciata la Roma, dopo aver incrociato il suo ere­de Philippe, ha quasi staccato la spina. Come se non si trovas­se più a suo agio con il pallone tra i piedi: « Il calcio è cambia­to, è più fisico, meno tattico e tecnico. Oggi i calciatori han­no meno cervello
» . Ha cercato fortuna con gli inglesi del Bol­ton, poi con Siena e Messina, persino con i dilettanti laziali dell’Albatros, in Prima Catego­ria. Nessun entusiasmo, la te­sta era rimasta a Trigoria. Alla fine ha mollato, a soli 34 anni. Lasciando però un ricordo spe­ciale: la partita d’addio giocata il 5 giugno 2009 tra tanti amici della sua Roma e della sua na­zionale davanti a 40.000 tifosi. Tifosi come lui: francese per caso, romano e romanista per scelta.

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