Totti, quel calcio vecchie maniere

La penna degli Altri
lunedì, 25 marzo 2013 alle 7:37
IL ROMANISTA (T. CAGNUCCI) - Il calcio a Balotelli non conta niente, significa solo che Francesco è il giocatore più corretto del campionato. Quello è un calcio di chi non sa dare i calci. Il calcio di Francesco è quello che non sa dare Totti. Sin dal momento in cui prende la rincorsa a quando lo dà, si vede quanto sia un
Totti in tutta la sua esistenza di calciatore non s’è mai preoccupato di fare fallo, non ha mai minimamente pensato di fare fallo, Totti conosce il gioco sporco perché lo subisce, lo vive sulla sua pelle, sulle caviglie, ne ha i segni persino dentro i legamenti, viti e qualche bullone non dichiarato, altrimenti non saprebbe di cosa stiamo parlando. A 9 mesi palleggiava, quelli che spaccano le gambe in serie A non sono mai riusciti a farlo. Tutti i suoi più grandi errori «ufficiali» (lo sputo a Poulsen, la manata a Colonnese, questo calcio qua) sono state sempre e solo reazioni. Francesco non ha mai offeso per primo, lui, come ripete Vito Scala, «sogna un mondo di pace attorno a sé». È grande di suo, è stato educato al rispetto dalla famiglia, gli è sempre bastato quello che aveva. È timido, è un artista, dove c’è emozione non c’è violenza. La violenza nasce sempre quando interrompi un’emozione. Chi – capita – cede alla reazione è sicuramente dalla parte dell’umanità, che è sicuramente anche la parte dell’errore, ma non quella del cinismo, del calcolo, dell’opportunismo, dell’indifferenza, di questa modernità.
Il fallo a Balotelli andrebbe fatto vedere nelle Scuole Calcio: «vedete, se arrivate a essere giocatori professionisti e a 33 anni non sapete fare nemmeno un fallo plateale che pure volete fare, significa che siete stati nella vostra carriera giocatori corretti». Anche perché quei falli lì si fanno alle Scuole Calcio. Troppo evidenti e grossolani. Il calcio che Totti ha dato a Balotelli è il calcio che si danno i ragazzini all’oratorio, quando uno «va in puzza», quando la partita è persa, quando lo stronzo di turno ti ha fatto saltare i nervi, quando stai per perdere la partita e quella volta era un po’ più importante delle altre. Assolutamente solo questo. Un vaffanculo di Anna Magnani. Il calcio di Totti a Balotelli è un’usanza antica e semplice, calcio vecchie maniere: pallone. Sono i calci che dava e prendeva Attilio Ferraris a Testaccio, quello che diede una volta allo juventino Mumo Orsi suggerendogli poco dopo: «A Mumo se ce riprovi, stavorta nun te riarzi»; le stecche che i veterani danno ai ragazzini supponenti della Primavera per far capire come va il mondo e più che altro perché il mondo va così. Sono un’opportunità di cambiamento. Del mondo.
Sono le stesse accortezze usate dai giocatori dell’Inter nei confronti di Balotelli: non a caso nessun calciatore interista ha avuto da ridire nei confronti di Totti. Loro no, il mondo sì. Il triste mondo. Il mondo del Truman Show, quello delle televisioni a pagamento, degli articoli prestampati, della retorica da prima serata, del pensiero facilissimo, della coscienza a buon mercato, della condanna perché la fanno tutti illudendosi che quella sia condivisione; delle sinapsi appaltate alla Standa e all’Upim, di chi aveva mal digerito fino a quel momento il messaggio «di sorriso» lanciato da Totti al mondo, anche per televisione, anche attraverso Internet cortocircuitandolo («Che ha fatto l’Inter...net? »). Non vedevano l’ora. (E adesso che tutto questo è tornato lontano non vedono loro di richiamarlo a loro, magari per giustificare la loro prossima certa futura delusione Mondiale).
Non vedevano l’ora di tirare fuori la sociologia del romano bullo e ignorante, in questo tempo di Leghe, di tessere del tifoso, di corruzione infinita, occupando Tg e radiogiornali col calcio di Totti a Balotelli invece di tutto il resto che ormai è diventato tristemente tutto il resto. Non si sa neppure di che male stiamo morendo, ma si sa bene che Totti a Balotelli ha dato un calcio. La retorica del teppista, del coatto, dell’immaturo, del brutto messaggio spedito ai bambini (da Totti!!!!!!) ha significativamente messo d’accordo tutto l’arco costituzionale: dalle valli del varesotto di Bossi alla sinistra radical-chic che non potrà mai accettare un prodotto così umano e vero come Francesco Totti. Come fa?! Ce li vedete nei salotti e nei caffè a sentirsi sparare in faccia un vaffanculo da Anna Magnani? Che nostalgia. Che gratitudine. Che rivoluzione che è la Roma quando sa essere Roma. Il calcio pallone. E l’amore amore.
È successo quella domenica, ma prima di raccontarla non mi devo scordare di dire che il calcio sbagliato di Totti, come la vita cantata da De André per Pasolini, è stata anche l’unità di misura dell’ipocrisia: il giorno prima in conferenza stampa Mourinho aveva parodiato gli effetti di una malattia degenerativa senza ricevere neppure una critica, ma risolini, simpatia sottaciuta, pacche metaforiche. Anche queste cose possono scappare ai ragazzini, cioè per esempio quando dicono «mongoloide» a qualcun altro, ma possono – anche se non dovrebbero – accadere una volta, perché l’hanno sentito, perché l’hanno ripetuto, perché non hanno capito ancora che vuol dire, perché nessun padre gli ha spiegato che quella cosa non si dice mai (e non si dice mai perché non si deve pensare mai). Perché è una schifezza pure sulla bocca di un bambino. Francesco quell’anno aveva detto che «tutti i bambini sono figli miei»: l’I have a dream di Martin Luther King o l’Imagine di John Lennon non erano espressioni così belle. Così umanità. Francesco Totti è stato condannato proprio per questo: l’avevano creduto ormai funzionale allo star system, a tutti gli spot di tutte le compagnie telefoniche del mondo, pronto a essere l’erede di una nuova sit-com (che è?) da mandare all’infinito su reti private e generaliste, e invece c’è scappato un buco. Hanno intravisto umanità, appartenenza, fedeltà.
Il calcio a Balotelli è un colpo di mazzafionda alla membrana del Truman Show, un sasso da strada contro il vetro dei reality. Il vaffanculo della Magnani, l’urlaccio di Gabriella Ferri, una lacrima e uno schiaffo, non il collegamento wi-fi. Tutto questo è sembrato imperdonabile ai signori della fabbrica del consenso e del consumo visto che avevano già «perdonato», «riabilitato» e «ripulito»
Totti facendone addirittura un marchio. L’erede di Raimondo Vianello che dà un calcio in diretta tivù? Come la mettiamo? Come lo mettiamo Francesco Totti? Come lo definiamo adesso? (...) Che ci facciamo di questo campione che è così scopertamente... scoperto? Di questo simbolo che però è ancora troppo in carne e ossa, che va dai pollici al cuore? Di un figlio del popolo che può farsene il potere? (...) (...) Non è un caso che adesso sia proprio Mario Balotelli a chiedere il ritorno di Francesco Totti in Nazionale, uno comunque che dal Truman Show è stato usato e ri-usato, uno, soprattutto, che, evidentemente, ha messo lo stinco a posto.

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