Le condizioni ideali per la pace tra me e Luciano Spalletti sono in costruzione, giorno dopo giorno. Diciamo che abbiamo intrapreso un percorso oltre il silenzio che c'era. Da dove nasca la nostra rottura non lo ripeterò qui, lo sanno anche i marziani. Il dopo è interessante. Dal 28 maggio 2017, giorno del mio ritiro forzato, e per oltre sei anni, non ci siamo più visti né sentiti. Nessuno di noi avvertiva il bisogno dell'altro. Strade separate.
Nel novembre 2023 qualcosa ha iniziato a muoversi. Mi ha chiamato Vito Scala, l'amico di sem-pre. «Frà, sai che l'Italia, il 17, gioca a Roma contro la Macedonia?».«Eh, che c'è?». «Una delegazione della Nazionale andrà in visita al Bambino Gesù». Cioè all'ospedale pediatrico da dove ogni tanto, senza dirlo a nessuno, passo per salutare i giovanissimi pazienti. «Fanno bene». «Ecco, Frà, dovresti andarci anche tu». «Perché, Vito?». «Perché sarà un bel momento. Ci saranno il presidente della federazione Gabriele Gravina, il tuo amico Gigi Buffon, Giovanni Di Lorenzo, viene anche Angelo Peruzzi. E...». «E?». «E il et della Nazionale». Cioè Luciano Spalletti. «No». Non ne volevo sapere. «Frà, pensaci..». E in effetti ci ho riflettuto, e ho capito che va bene essere egoisti, difendersi dal dolore e nascondere le ferite, ma non sulla pelle di altri. «Vito, okay». Chiudi un occhio e ascolti il cuore. Cerchi di accantonare le cose accadute per una nobile causa. Quindi ho accettato l'invito, tanto prima o poi doveva succedere. II mondo del calcio è piccolo. O lo saluto, o gli do 'na capocciata. [...]
Il presidente Gravina ha fatto lo splendido: «Lui è Luciano Spalletti..». Che, devo dire, ha pronunciato le parole giuste, per sdrammatizzare: «Dalla parte del cuore, ti do l'abbraccio? Dalla parte del cuore, via..». Un cinque veloce. Un abbraccio. Si è trattato di un gesto fugace, nulla di più. Non ho sentito nulla, non era ancora amore. Un fremito, o un brivido, niente di niente. [...]
Finché Damiano Biondi si è fatto vivo con una proposta. «li vorrebbero per lo spot dell'Amaro Montenegro». «Bello». «Okay. Poi mi dicono che sarebbe molto bello se lo girassi con...». «Con?». «Con Spalletti». «Aspetta, forse ci sono delle interferenze. Con chi?». «Con Spalletti..». «No, ti voglio bene, ma non ce la faccio. Se lo incontro lo saluto per rispetto, per educazione, però davvero non riesco». La verità è che, sotto sotto, qualcosa mi stuzzicava. Il tira e molla è durato un mese. Non ero convintissimo però alla fine ho ceduto. Come location è stata scelta una zona di Roma che tutti chiamano I Ponti. Sono arrivato in motorino, era mattino presto. Ognuno aveva il suo camper per cambiarsi e per truccarsi. Sono sceso dal mio e mi sono avviato verso quello di Spalletti. Ho bussato. «Apri, che c'hai paura?». È sceso, ci siamo abbracciati, una cosa leggermente più vera rispetto a quella del Bambino Gesù. «Francesco, sei contento di fare lo spot con me?». «Non vedevo l'ora. Comunque mi devi ringraziare, mister. Se avessi detto no io, non avrebbero preso neanche te». [...]
Abbiamo lavorato insieme due giorni, è servito, ci siamo sciolti, abbiamo sorriso, di quei sorrisi spontanei, non comandati. Mi sono divertito. Devo dire che ne sono uscito più sereno. Nell'estate del 2026 ne abbiamo girato un secondo, per tre giorni nella tenuta di Spalletti, in Toscana. Una sera ci siamo ritrovati a tavola insieme ad altre perso-ne. Ho parlato io, rivolgendomi a tutti: «Come allenatore era uno dei più forti, con me non si è comportato benissimo..». «No, Francesco, è tutta colpa tua, sei tu che hai voluto il male mio e mi hai cacciato dalla Roma». «Ma che stai a di, mister? Hai fatto tutto da solo». Non ne siamo usciti neanche lì, però il clima era decisamente più amichevole. [...]
(Gasport)