Totti: “Avrei voluto giocare con Ronaldo il fenomeno. Mancato inserimento in società? I matrimoni si fanno sempre in due"

La penna degli Altri
di gabrielechianello
martedì, 29 settembre 2026 alle 8:14
Totti
Francesco Totti ha rilasciato un’intervista dove ha ripercorso molte tappe della sua carriera fino ai 50 anni appena compiuti. Di seguito le sue parole. 
Francesco, hai detto che dal 2001 al 2008 eri imbarazzante. 
«Sì». Accompagna la risposta con un sorriso largo, uno dei suoi.
Un giocatore italiano che - un’idea io ce l’ho - si avvicinava a quel Totti?
«Tutti dicevano Mancini, però io non è che l’ho vissuto, ero quasi all’inizio. Anche lui alla Sampdoria faceva il trequartista, la prima punta, un po’ tutto. Ma non gli stessi gol che ho fatto io».
Amava particolarmente gli assist.
«Piacevano anche a me, prima che Spalletti mi facesse giocare centravanti li trovavo più importanti dei gol».
Qual è il compagno che hai amato di più?
«Quello col quale mi sono trovato meglio è Cassano. Soprattutto in campo. E poi Vincent (Candela, nda). Con Antonio di tanto in tanto ci frequentavamo anche fuori ed è rimasto amico nel tempo. Io e Vincent siamo praticamente cresciuti insieme. Quando arrivò dal Guingamp era molto stranito, non conosceva Roma, parlava solo francese. Diciamo che l’ho accudito».
Non eri un leader dello spogliatoio, si dice, ma di soluzioni.
«Sono del parere che quello che conta sia il campo. Fuori sono tutti bravi a parlare o, prima della partita, a incitare il gruppo. Perché non fai questo, perché non fai quello. Ma io devo andare a giocare a pallone, ho una partita di novanta minuti, entro in campo e mi voglio divertire. Devi saperlo tu cosa fare. Se sei un calciatore professionista non hai bisogno dei miei suggerimenti, di una spinta».
Divertimento è una parola che ricorre spesso nelle tue risposte.
«Prima di entrare in campo vedevi chi con le cuffie, chi sotto fasciatura, chi al massaggio. Io stavo lì al bar, prendevo il caffè e mi mettevo a chiacchierare venti minuti con chi c’era, poi facevo il riscaldamento. Non ho mai avvertito la tensione, mi dicevano “come fai?”. Boh, non lo so. Mi sentivo tranquillo».
Cos’hanno capito di te i romanisti che agli altri è sfuggito? Anche oggi la tua popolarità è inattaccabile.
«Da quando ho smesso è addirittura aumentata. Forse perché sono nato, cresciuto e morto con un’unica maglia. Quando si chiudono venticinque anni di storia sei morto e invece qui a Roma, per tutti, sono vivo, vivissimo. È la scelta che ho fatto, l’amore che ho dato alla gente e come mi sono sempre posto con gli altri».  
Se non avessi partecipato al Mondiale 2006 non saresti stato un campione risolto.
«E non avrebbero vinto».
Il rigore con l’Australia, certo.
«Se avessi vinto solo uno scudetto, due Coppe Italia, due Supercoppe e una Scarpa d’oro sarei rimasto, come dicono a Roma, confinato dentro il raccordo anulare. E invece no, anche perché vincere un Mondiale non è da tutti. L’ho vinto, l’abbiamo vinto, però in quel Mondiale ero, tra virgolette, menomato. Al 40, 50 per cento».
Vito Scala: hai trovato una guida, un amico, un confidente e molto altro.
«Vito è stato, è e sarà sempre un fratello maggiore. Mi ha custodito, protetto, mi ha insegnato a attraversare questo mondo. Mi ha fatto pensare solo al rettangolo verde, al resto provvedeva lui».
Anche quando facevi dei danni.
«Anche, Vito è una persona troppo intelligente, troppo sveglia. Non dorme la notte per fregarti la mattina dopo, capito? Anticipava tutti, soprattutto i rischi».
Un’altra figura importante è tuo fratello Riccardo.
«Un fratello molto presente nella mia vita. E sempre dietro, mai di lato. Caratterialmente mi somiglia tanto. Se casca un palazzo lui si sposta».
Mi sembra il minimo.
«È un ragazzo umile, riservato. Se lo conoscessi bene lo vorresti come fratello».
Il rimpianto? 
«Avrei voluto giocare con Ronaldo il fenomeno. Sai che divertimento insieme. Con me dietro avrebbe fatto 4, 500 gol. A occhi chiusi»
Come con Cassano.
«Due cose diverse».  
L'inavvicinabile per te è?
«Maradona è il calcio, è il pallone, non ce ne stanno di rivali. A cascata vengono gli altri».  
Dicono: Francesco anticipava la giocata, la prevedeva.
«Il più delle volte ci azzeccavo. Però erano bravi pure quelli che giocavano con me perché capivano cosa avevo pensato un secondo prima. E parlo di Delvecchio, Perrotta, Cassano. Non appena gli arrivava il pallone dal difensore loro sapevano che movimento avrei fatto. Questa cosa è il talento naturale, non è che l'hanno tutti, anzi non l'ha nessuno. Io sono obiettivo, eh, perché ogni calciatore ha il suo modo di interpretare il gioco, la sua tecnica, il suo pensiero, ma le cose che facevo io non le ho mai viste fare da altri».  
Eri pigro. Altra leggenda?
«Ma io mi allenavo con tutta la squadra e facevo quello che dovevo fare. Certo, eh, il lunedì o il martedì facevo a parte per tutte le botte che avevo preso la domenica, un po’ di recupero».
Mazzone è l'allenatore che ti ha capito meglio degli altri.
«Mazzone e Zeman».  
Carlitos Bianchi, immagino, il meno amato.
«Voleva mandarmi via».  
E sei riuscito a cacciarlo.
«Non l'ho mandato via io, ma il presidente Sensi».  
Eri influente, in società.
«Influente... Voglio dire che giustamente incidevo, ma facevo il giocatore ed ero un giocatore importante, il capitano della Roma. È normale che avessi un peso specifico, un peso diverso da tutti gli altri. Però non facevo parte della tavola rotonda»
Il mancato inserimento in società da parte degli americani l'hai digerito?
«I matrimoni si fanno sempre in due».  
Tu che parli di matrimonio...
«Vabbeh, purtroppo succede. Ti sposi e ti lasci, inizio e fine come in tutte le cose, penso, no? Io ho lasciato un incarico da dirigente, tre anni di contratto e lo sottolineo. Se devo restare in società per non fare niente, mollo. Non rubo i soldi».  
Dopo tutti questi anni hai cambiato opinione sulla 10 a Dybala?
«Non si dà una 10 solo perché fai bene cinque, sei, sette partite. Ho sempre detto che bisogna preparare un percorso che consenta a un giocatore importante di rimanere a lungo alla Roma. Non esistono i 10 di passaggio. Alla fine la decisione di dare o meno la 10 a Dybala o a Marco o a Luca spetta alla società». 
Se avessi dovuto lasciare la Roma in quale italiana saresti andato più volentieri?
«Al Milan, anche perché da piccolo mi ero innamorato. Erano gli anni di Sacchi e dei tre olandesi, vincevano ovunque, da italiano ero rimasto folgorato. Era una squadra bella da vedere, bella proprio».  
I cinquant'anni ti pesano?
«Se mi fermo a pensare dico "cavolo, cinquanta non so' pochi, sto a svolta". In realtà ho già svoltato a quaranta».  (...)
La pace con Spalletti l'hai fatta solo per l'amaro.
«Per l'amaro. Il ghiaccio non s'è ancora sciolto del tutto. Ma mi ha fatto piacere incontrarlo di nuovo. Tanto bisogna pure accantonare tutto quello che è successo, anche perché ho sbagliato pure io, come ho detto prima. Ho sbagliato a rispondere ad alcune domande».  
Le risposte più feroci le hai fornite sul campo. Col Torino, a Bergamo.
«Partì tutto da Bergamo, me lo ricordo. Entrai, mi sembra 8 minuti in tutto e feci gol. Poi la partita dopo, sette minuti e segnai ancora. Quello per me è il dono di Dio che mi ha messo la mano sulla testa. Deve aver detto "questo qua lo devo proteggere io. Sì, sì, non può finì così»
Cosa c'è dietro l'angolo, giusto per citare di nuovo Costanzo?
«Tanta serenità, divertimento. Obiettivamente me la sua goduta, sì. Tra la vita normale e quella da professionista. E non rinnego niente di quello che ho fatto, mi godo gli ultimi vent'anni, anche trenta».  
Ci sarà mai un altro Totti?
«Lo spero. Non è facile, ma lo spero».  (...)
Sei uno dei primi ad aver guadagnato cifre notevoli.
«Sì, ma c'era gente che guadagnava più di me. Ed era più scarsa di me. Pensa oggi quanto guadagnerei...». E si fa un altro sorrisone.  
Se dico dieci a cosa pensi?
«Totti».  
Cinquanta?
«Gli anni di Totti».  
Cento?
«Il centenario della Roma. 10 50 100 ti piace?».  
I sentimenti dei numeri pari. I numeri perfetti sono molto rari.
«Proprio come gli uomini perfetti». 
(Corsport)

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