Rinnovo di Totti: quanto è duro essere una bandiera nel calcio moderno

La penna degli Altri
di R.P.
venerdì, 29 aprile 2016 alle 1:26
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ILFATTOQUOTIDIANO.IT - Totti è “il Sole che tramonta sopra i tetti di Roma “. Questa poetica metafora è opera del DS giallorosso Walter Sabatini ed ha, in realtà, 5 anni d’età ma torna d’attualità ora che il ticchettio delle lancette dell’orologio biologico si fa più veloce anche per l’ottavo Re di Roma. In un’intervista al sito ufficiale della Roma, www.asroma.com, Sabatini parla di questo finale di stagione nel quale la squadra giallorossa si gioca il posto in Champions League, incensa l’allenatore Luciano Spalletti per la sferzata che è riuscito a dare alla stagione dei giallorossi. Se quella del Direttore sportivo non è una presa di distanza dal Capitano, poco ci manca: “Il punto di domanda su Totti è: ‘Vuoi finire quando sei ancora al massimo livello o quando non ce la fai più?’. Lui pensa di poter ancora giocare, ha questa voglia.
I desideri di Totti, però, sembrano scontrarsi con quelli del nuovo Presidente americano James Pallotta che immagina per la Roma un futuro radicalmente diverso rispetto a quanto visto fin ora e che non può trovare in Totti il suo portabandiera.
Il nodo centrale nella nuova Roma di ispirazione pallottiana è lo stadio di proprietà, disegno, a dire la verità, ben lontano dall’essere in divenire e che trova nell’accantonamento di Mark Pannes, co-manager del fondo Raptor, bacino da cui Pallotta trae linfa vitale per i suoi investimenti, braccio destro del presidente della Roma e l’uomo che più si è speso per la realizzazione del progetto Stadio, un nuovo punto critico.
Perché Totti non può essere la bandiera della Roma del futuro? Un ruolo importante lo giocal’età. Il 27 settembre prossimo il Capitano compirà 40 anni e, pur volendo essere generosi, sarà difficile continuare a vedersela con il fiato dei nuovi ragazzini che popoleranno la serie A. Ma non è solo questione d’età. Un altro “anziano” che pur svestendo i panni da giocatore continua ad essere il volto della sua squadra è Javier Zanetti. Un’Inter senza giocatori rappresentativi dopo un passaggio di proprietà ha richiamato in panchina un allenatore al quale la tifoseria era affezionata e ha scelto come uomo simbolo un campione indiscusso e una bandiera interista. Per la Roma e per Totti potrebbe andare diversamente sebbene ci sia già un contratto da dirigenteper i prossimi 6 anni. I pressanti inviti ad appendere gli scarpini al chiodo potrebbero lasciare scorie e amarezze che potrebbero portare il n.10 giallorosso a calcare altri campi o a scegliere un futuro lontano dalla Capitale.
Nel libro “Il derby del bambino morto” (ed. Derive e Approdi), di Valerio Marchi, si racconta del derby che il 21 marzo del 2004 fu sospeso dopo che nella curva sud si era sparsa la voce di un bambino travolto e ucciso da un mezzo della Polizia. I capi ultras giallorossi scesero in campo e parlarono a tu per tu con Totti dimostrando una certa familiarità. Quel derby fu sicuramente la dimostrazione di una prova di forza del mondo ultras ma non solo. Il tifo organizzato si riappropriò,in maniera violenta e censurabile, del calcio, inteso come sentimento di popolo, quasi un “bene comune” scippatogli dai grandi broadcast che vedono nello calcio uno spettacolo e non un gioco, sì, ma viscerale.
Ecco, Francesco Totti ha un legame troppo forte con un mondo fatto di appartenenza di pancia, che andrà via via scomparendo dietro una “modernizzazione a tappe forzate” che prevede lo stadio di proprietà, le pur meritorie campagne per portare le famiglie allo stadio e che puntano all’emancipazione della squadra dai suoi tifosi, per lo meno dalle frange storiche. Come dire, Totti è un elemento troppo compromesso con il vecchio regime per trovare spazio nel nuovo.
L’esecutore materiale di queste “idi di marzo” in chiave calcistica è Luciano Spalletti, il tecnico che non ha remore nel definirsi un “allenatore senz’anima” e che non manca di affiancare ad ogni elogio per questo finale di stagione strepitoso del Capitano anche un monito a non lasciarsi trascinare da facili entusiasmi.
E in tutto ciò la tifoseria appare tiepida, spaccata, indecisa sulle posizioni da prendere. Certo l’Aventino del tifo organizzato fa gioco a chi vorrebbe una squadra senza cuore. Dall’altra parte c’è la voglia di vincere e di non continuare ad essere solo lo sparring partner della squadra scudettata. E sorge la necessità di andare avanti ma bisognerebbe chiedersi, cosa c’è avanti?

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