Picchia Sebino: "Io, duro in campo ma fragile fuori. La mia vita tra pistole, malattie e paure"

La penna degli Altri
martedì, 02 febbraio 2021 alle 6:30
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LEGGO - Volete sapere cosa successe nello spogliatoio dopo la notte di Roma-Liverpool del 1984? Se qualcuno dopo la sconfitta prese a botte Falcao per non aver tirato il rigore nella finale di Coppa Campioni all'Olimpico? Allora la biografia di Sebino Nela non è il libro adatto. Non ci sono gossip. C'è tanta verità. C'è il calciatore, l'ex calciatore, il padre, l'uomo: c'è Sebastiano. Certo, si parla di calcio: dalla rabbia («ma abbiamo fatto pace») nei confronti di Falcao, reo di essersi tirato indietro nel momento più importante della partita, fino a toccare Agostino Di Bartolomei per arrivare a Totti e De Rossi.
«E poi ci sono io. Senza filtri. Pacchetto completo, non solo quello che fa comodo raccontare. Mi sono messo a nudo dalle gioie ai dolori veri. Dalla grinta nel campo alle paure nella vita senza maglia da gioco».
Paure? In campo sembrava Hulk e ora parla di paure?
«Le paure fanno parte di noi e a volte ci aiutano a crescere. Ci fanno compagnia e per vincerle devi metterti in discussione. Per me era più semplice, io indossavo quella maglia e mi sentivo più forte di superman. Ma un calciatore è anche un uomo: il difficile arriva quando togli di scarpini. Nel libro mi sono tolto i panni di Sebino per raccontarvi anche Sebastiano».
Ha vinto uno scudetto con la Roma, ha giocato una finale di Coppa dei Campioni, è andato alle Olimpiadi e ai Mondiali con la Nazionale. Ora, a 60 anni, ha deciso di raccontarsi: perché?
«Era da tempo che ci pensavo e Giancarlo (Dotto, ndr) è riuscito a convincermi».
Ok, ma non mi ha risposto: perché lo ha fatto?
«Perché credo che in un mondo fatto di like e influencer, dove tutti inseguono i propri idoli la cosa più interessante possa esser far conoscere l'uomo che c'è dietro l'idolo».
Dipende molto da cosa c'è da raccontare...
«Vede, sarebbe stato facile buttare giù un frullato di scazzottate, risse e amanti. Condito magari con un po' di dietrologia che tanto piace a Roma e alla Roma. Il calcio di oggi vive di questo: tanti bamboccioni che pensano alla macchina da comprare o alla soubrette da portare a cena. Si chiudono in quelle cuffie giganti prima della partita e ciao. Dio quanto le odio quelle cuffie: ai miei tempi si ascoltava lo stadio. I cori. Oggi si concentrano così, mah! Tutto questo non fa parte del mio modo di vivere e di pensare: per questo ho scelto di parlare di cose difficili da mettere in piazza. Dolori, sofferenze e paure appunto».
Senza anticipare troppo, nel libro di parla di spari e storie di droga...
«Erano tempi difficili. Ma sì, sparai al pusher della mia ex moglie».
Aveva paura?
«No, solo rabbia. Lo incontrai, provò ad aggredirmi e gli sparai a una gamba. L'ho lasciato lì. A terra».
Come si sentiva?
«Ero esasperato ma ho voluto raccontarlo per far capire che anche uno che in campo sembrava superman fuori è vulnerabile. Come tutti».
Non pensa che potrebbe diventare anche un film?
«Sinceramente non ci ho mai pensato, ma se può essere d'insegnamento per il prossimo... benvenga».
Di cosa va più fiero nella vita?
«Delle mie figlie, continuo a combattere soprattutto per loro».
Cioè?
«Per otto anni ho lottato contro un tumore. È stata la partita più dura della mia vita ma alla fine ho portato a casa i tre punti».
La malattia l'ha segnata?
«Beh sicuramente. Non è facile sentirsi in equilibrio tra la vita e la morte. Ho capito però l'importanza della prevenzione. Lo dico a tutti, il cancro è un nemico maledetto arriva e non te ne accorgi inizialmente, quando si manifesta può esser tardi e ti uccide. Ma oggi basta un'analisi per scoprirlo in tempo».
Oggi Nela che uomo è?
«Sono sereno e continuo a fare quello che ho sempre fatto fino ad oggi».
Cioè?
«Correre».
Ah già, Venditti scrisse Correndo correndo per lei...
«Sì quando mi ruppi un ginocchio e in pochi credevano al mio recupero...».
Il calcio al tempo del covid?
«Manca la parte migliore: i tifosi. Sono loro il motore di tutto, senza pubblico manca quel calore che rende il calcio qualcosa di magico».
Il suo calcio era meno ricco di quello di oggi quali sono i soldi che ha speso meglio e quelli che ha proprio buttato?
«Quelli spesi meglio sicuramente sono quelli che hanno fatto del bene a qualcuno, quelli spesi peggio... boh forse qualche macchina di troppo».
Dolori, paure, insicurezze: ma le gioie?
«Ce ne sono tantissime per fortuna, dalle mie figlie agli amici veri. E poi, scusate se è poco, ho vinto uno scudetto con la Roma...».
A proposito, la Roma è un capitolo chiuso?
«Diciamo così... la Rona è un capitolo che non si chiuderà mai».
Se dovesse scegliere: meglio Nela o Sebastiano?
«Sebastiano Nela».

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