«Mio figlio Gabbo è morto invano. In sette anni non è cambiato nulla»

La penna degli Altri
martedì, 11 novembre 2014 alle 12:57
famiglia gabriele sandri
IL TEMPO (D. PALIZZOTTO) - Sono passati sette anni, ma nulla è cambiato. L'11 novembre 2007 moriva Gabriele Sandri, tifoso della Lazio ucciso dall'agente della Polizia stradale Luigi Spaccarotella, poi condannato per omicidio volontario a nove anni e quattro mesi di reclusione in Cassazione. Un viaggio con gli amici per seguire l'amata Lazio a Milano trasformatosi in tragedia nell'area di servizio di Badia al Pino, nei pressi di Arezzo. Una discussione tra tifosi durante una pausa caffè e la follia di Spaccarotella il quale, sentite le grida e pensando a una rapina, sparò un colpo uccidendo «Gabbo», che stava riposando sul sedile posteriore dell'auto.
La condanna dell’agente per omicidio volontario con dolo eventuale e il risarcimento disposto dai giudici non possono in alcun modo attenuare il dolore della famiglia Sandri. «
La nostra vita è cambiata, Gabriele era un vulcano, sempre allegro, riusciva a farti sorridere anche quando non ne avevi voglia - spiega Giorgio, papà di “Gabbo” - Ma il nostro paese non è cambiato affatto. Viviamo in una realtà piena di contrapposizioni e violenza
».
Tessera del tifoso, divieto di trasferta e Daspo, ma il problema violenza resta all'ordine del giorno.
«Non credo che tutte queste iniziative possano stemperare gli animi. Ciò che succede in Italia è sotto gli occhi di tutti, purtroppo ci sono persone fuori di testa, persone che non ragionano, non hanno valori né rispetto per la vita altrui. Avete visto cosa è successo a Ciro Esposito? Un gesto folle e un ragazzo di 30 anni è morto».
Una tragedia che ha trasformato Napoli-Roma in un match blindato.
«Questo non può essere definito sport. Il Napoli ha sempre avuto un pubblico caloroso, le tribune vuote al San Paolo mi hanno fatto uno strano effetto. La gente preferisce rinunciare allo stadio».
Ma gli striscioni intimidatori non mancano: al San Paolo hanno minacciato i tifosi giallorossi, all'Olimpico hanno risposto in modo offensivo.
«Non ci sarà mai fine. Da De Falchi a Gabriele, tutte queste storie hanno un comune denominatore: colpiscono l'opinione pubblica nell'immediato ma poi il tempo passa e tutto resta uguale. E la ragione è semplice: i responsabili sono pochi e tutti sanno chi sono, basterebbe poco per evitare le violenze, ma nessuno vuole davvero cambiare le cose».
Per quale motivo?
«Gli scontri degli ultras sono utili allo Stato per nascondere fatti più gravi. Il problema non è nel calcio, ma nella nostra società».
Per contrastare le violenze il governo ha varato nuove misure, tra il cui il Daspo di gruppo: cosa ne pensa?
«È una follia. Pensate a un padre di famiglia che viaggia con altre persone, magari in pullman, per seguire la squadra del cuore e si trova coinvolto in tafferugli. Magari non ha alcuna responsabilità ma può essere punito con un Daspo e poi ne paga le conseguenze nella vita quotidiana e nel lavoro. La verità è una: lo Stato è fuori dalla realtà e non sa dove mettere le mani».
Cosa si dovrebbe fare?
«Se avessi la ricetta staremmo già festeggiando. Ma credo si debba partire dagli stadi, modernizzarli e renderli sicuri, perché tutta questa polizia dà un brutto segnale. E poi bisogna smetterla di “caricare” le partite con significati extra sportivi. Una volta si andava allo stadio per vedere uno spettacolo e nulla più: il calcio deve tornare a essere questo».

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