L’Italia nelle mani di De Rossi

La penna degli Altri
lunedì, 09 giugno 2014 alle 11:11
de rossi nazionale12
IL ROMANISTA (V. META) - Dieci anni fa di questi tempi trascinava l’Under 21 alla conquista del suo ultimo titolo Europeo, incantando per classe e personalità, malgrado fosse il più piccolo di tutti. Oggi Daniele De Rossi è l’unico di quel gruppo a essere arrivato al suo terzo Mondiale (poteva esserci anche Gilardino, ma Prandelli la pensava diversamente), dopo aver vinto il primo tirando un rigore in faccia alle quattro giornate di squalifica, oltre che alla curva francese, ed essere stato fra i pochi a salvarsi nella disastrosa spedizione del secondo.
È partito per il Brasile con un cuscino sottobraccio, ma tipi come lui non perdono tempo a dormire. L’avesse fatto, non sarebbe il romanista più presente in azzurro e nemmeno il centrocampista con il maggior numero di reti nella storia della Nazionale. Non Rivera, non Pirlo. Lui. Nella classifica dei marcatori guidata da Gigi Riva (35 gol in 42 partite), davanti a lui ci sono solo attaccanti, dietro diverse leggende, da Rivera in giù. Nell’amichevole di Londra contro l’Irlanda ha raggiunto Giacinto Facchetti a 94 presenze, quattro giorni dopo a Perugia contro il Lussemburgo lo ha sorpassato, giocando tutte e tre le partite del girone di qualificazione raggiungerebbe un altro degli eroi di Berlino, Gianluca Zambrotta, se l’Italia dovesse andare avanti l’obiettivo dichiarato delle cento presenze potrebbe diventare realtà. In una Nazionale in cronica ricerca di un’identità, forse sarebbe utile cambiare i termini della questione e ripartire dalla personalità. La sua, quella che non gli è mai mancata, nemmeno quando a diciannove anni metteva in chiaro le cose contro Quaresma o quando a ventidue si vedeva si faceva largo verso la luce - quella della Coppa, che brillava tanto che al Circo Massimo avrebbero potuto spegnere tutte le luci - riemergendo dalle macerie del mondo che gli era crollato addosso dopo la partita con gli Stati Uniti.
«Adesso so che una cosa del genere non mi succederà mai più - ha detto qualche giorno fa a Repubblica - anzi, quasi mai più».
A trent’anni, d’altra parte, l’hai imparato sulla tua pelle, che la vita ha uno strano rapporto con gli avverbi "mai" e "sempre". Le statistiche dicono che i Mondiali li vince la squadra con il centrocampo più forte. Prandelli ha perso Montolivo e deve ancora decidere cosa fare di un Verratti in forma smagliante, ma quando sceglie gli uomini parte da un punto fermo: il miglior giocatore italiano della Serie A. Secondo in assoluto dietro al capocannoniere Tevez, De Rossi ha chiuso la stagione con il punteggio di 21,8 nell’indice di valutazione generale (su un massimo di 30). Il ruolo di primo della classe lo interpreta con un certo distacco, più che fare bella figura a lui interessa dare una mano alla squadra.
Lo farà anche a partire da oggi, perché archiviato l’ultimo test contro la Fluminense, per l’Italia è scattato il conto alla rovescia verso il debutto di sabato contro l’Inghilterra, affrontata e battuta ai rigori agli ultimi Europei. Ci sarà bisogno di tutto, testa e muscoli, carattere e tanto cuore. In tre parole, ci sarà bisogno di Daniele De Rossi, il più "inglese" degli italiani, uno che in Premier League si sarebbe sentito perfettamente a suo agio e invece quando il Manchester gli ha fatto la proposta che avrebbe potuto cambiare le sorti di Moyes prima ancora che le sue, Daniele ha detto no grazie. Onorato dell’interesse, ma ho dato la mia parola alla Roma.
Lealtà, questa conosciuta. De Rossi è partito con un cuscino, ma a togliergli il sonno negli ultimi giorni ci hanno pensato Ranocchia e l’ape, che sembra una favola di Esopo e invece è la cronaca della rifinitura prima dell’amichevole, interrotta per un contrasto duro con il centrale interista cui si è aggiunta la puntura di un insetto. Niente di grave, naturalmente. Figuriamoci se si perderebbe il confronto a distanza con Steven Gerrard, quanto di più simile a lui abbiano in Inghilterra. Figuriamoci se lascerebbe questa Italia uno nessuno e centomila a vedersela da sola con le sue crisi d’identità. Ancora quattro giorni di lavoro scanditi dalle doppie sedute, poi la partenza per l’Amazzonia, dove venerdì l’Italia svolgerà la rifinitura alla vigilia della sfida con gli inglesi. Ci sarà poca aria da respirare, a Manaus. De Rossi ha già pronti i polmoni di riserva.

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