Per certi versi, sarà come chiedere al tifoso romanista se vuole più bene a papà o a mamma. Sì, perché incrociare
Mourinho e De Rossi nel giro di quattro giorni sarà qualcosa di bello ma innaturale, di gioioso e malinconico per quello che è stato, poteva essere e si è interrotto invece bruscamente. Per carità, l'entusiasmo che si respira oggi con
Gasperini è tangibile ma basta ascoltare qua e là le radio locali per rendersi conto che quella appena iniziata non sarà una settimana come le altre. Anche perché José e DDR, con storie diverse, sono state le facce di una stessa medaglia: lustrata, esibita, della quale vantarsi e poi, all'improvviso, cestinata. Così, di colpo, lasciando l'amaro in bocca un po' a tutti. Anche a Totti che proprio in un'intervista a Il Messaggero, quattro giorni prima dell'esonero di Daniele, aveva capito già tutto: «De Rossi è un parafulmine, rischia la fine di Mou». (...) Oggi è normale leggere "sold out" alle partite casalinghe della Roma. Prima del portoghese non era cosi. Ha vinto una
Conference, gli è stata scippata un'Europa League ma il successo più importante è stato quello di regalare un sogno che va al di là dei numeri. Perché se lo si vuole denigrare, è semplice: i ragionieri del pallone sono pronti a sventagliare la più bassa media-punti tra gli allenatori con almeno 50 gare alla guida dei giallorossi nell'era dei tre punti a vittoria. Gli si può dare torto? No di certo. Ma Mou è stato molto altro. Già il percorso europeo - per un club ancorato da più di 40 anni al 30 maggio del 1984 a tal punto che la maledizione di Guttmann al confronto è una favola a lieto fine - dice molto. (...) Più che la notte di Tirana, l'emblema è il ritorno con ii Bayer Leverkusen, all'epoca allenato da Xabi Alonso e considerata la squadra più bella d'Europa: si sarebbe potuto giocare anche tre giorni alla BayArena, la Roma non avrebbe mai subito gol. E quella corsa a fine partita attaccandosi alla rete che separava i tifosi dal campo, è qualcosa che non si può spiegare. (...) Chi meglio allora di
De Rossi? Era un ragazzino biondo quando
Bruno Conti lo portò a Trigoria. Faceva l'attaccante, con poche qualità, molto meglio da centrocampista centrale per poi diventare una colonna nella Roma ma (616 partite, il secondo più presente all-time e 63 gol) e cam-pione del Mondo, con quella ma-ledetta etichetta di Capitan Futuro che non è mai riuscito a togliersi di dosso. Nemmeno quando il presente gli ha regalato la panchina romanista. Un sogno per Daniele durato troppo poco. Il ritorno da avversario l'ha già vissuto. Che, poi, definirlo avversario quando c'è la Roma di mezzo, suona veramente molto stonato.