Dimmi José. Quello striscione dal sapore di Antonello Venditti. Te lo spieghiamo noi cos'è. È una passione che tutto travolge, che non puoi descrivere con le parole. La chiamano chimica. Dicono così per provare a definire due entità che proprio non riescono a separarsi. Che vivono di un'attrazione perpetua. Tanto irrazionale quanto irresistibile. Due amanti che respirano solo quando sentono l'uno l'odore dell'altro. Il resto della settimana è apnea in attesa dell'incontro. Questo sono stati Mourinho e la Roma. Anzi, questo sono stati Mourinho e il popolo romanista. Un rapporto esclusivo. Che ha tagliato fuori il resto del mondo. E nel resto del mondo c'era anche Dan Friedkin comprensibilmente preda della gelosia. Il presidente si è sentito quasi un ospite a casa sua. Ma José è questo: prendere o lasciare. Arriva come un uragano e si prende la scena. Fa notizia sempre, in ogni momento. Anche quando mangia una pizza in treno. Essere gelosi del suo fascino, della sua capacità magnetica, è la più ovvia debolezza umana. Mourinho e Roma, la sua Roma, hanno vissuto in simbiosi quasi tre anni. E durata poco meno di mille giorni la sua avventura sulla panchina giallorossa. Dal 4 maggio del 2021: giorno dell'annuncio shock che lasciò il popolo giallorosso e il calcio italiano senza fiato.
Fino al 16 gennaio 2024 il momento dell'addio, con José che abbandona Trigoria con gli occhi rossi e il viso stravolto. Mille giomi di me e di te. E. non poteva essere altrimenti. Una delle canzoni simbolo del romanista Baglioni. Non si può spiegare. Roma l'ha incoronato da subito condottiero. Mourinho è stato dal primo giorno come la Magica: non si discute, si ama.
È stato tutto per i romanisti: allenatore, gladiatore, sindacalista, avvocato, confidente, sacerdote, compagno d'avventura, principe azzurro, supereroe. Oltre che un rifugio sicuro. Tranquilli, c'è José. Certi che non lui non li avrebbe mai traditi. Non li avrebbe mai abbandonati né lasciati al freddo ad aspettare. Era sempre i con loro. A gioire come a soffrire. Con una squadra che, soprattutto il secondo e il terzo anno, venne messa su con pochi spiccioli. Solo un po' d'amore la teneva insieme, per citare un altro romanista illustre: Francesco De Gregori. Il portoghese di Setubal ha portato la sua gente a giocare due finali europee consecutive. La prima, a Tirana, vinta con gol di Zaniolo. Un gol e una prestazione che lo Special One ha preparato con la meticolosità dei suoi leggendari mind-games. Giocando tutta la settimana sul ruolo che avrebbe potuto avere Nicolò. Lo ha caricato come solo Helenio Herrera, un secolo prima, sapeva fare. E poi Budapest. La finale amara. Il dolore. La rabbia. L'arbitro Taylor. E la sconfitta ai rigori contro il Siviglia. Mourinho aveva portato il popolo romanista sulle nuvole. [...]
Un'attesa lunga quasi tre anni. Mourinho e Roma lo faranno stasera. Durerà poco. Ma basterà. Le strade si sono separate. Nessuno ha nostalgia. I L presente è migliore per entrambi. Per Mou e per i romanisti. Ma nessuno ha dimenticato, né mai dimenticherà, quei mille giorni vissuti l'uno per l'altro.
Corriere dello Sport - Massimiliano Gallo