Falcao era dell’Inter. Ma Andreotti alzò il telefono...

La penna degli Altri
venerdì, 15 agosto 2014 alle 10:27
paulo roberto falcao
GASPORT (A. SCHIANCHI) - Il potere logora chi non ce l’ha. E chi ce l’ha, invece, al­za il telefono, suggerisce, con­siglia, dispone e, se è il caso, ordina. Nel tempo in cui i poli­tici fanno un passo indietro e, recenti parole del premier Matteo Renzi, non si devono permettere d’interferire né tantomeno di scendere in cam­po, torna in mente una storia di trent’anni fa, quando negli uffici dei ministeri o nelle aule della Camera o del Senato si decidevano anche i trasferi­menti dei calciatori.
Tra un dossier sulla crisi petrolifera mondiale e un rapporto riser­vato dei servizi segreti ovvia­mente deviati, sulle «onorevoli» scrivanie arrivavano anche le richieste di questo o quel di­rigente che magari, più prosai­camente, domandava un inter­vento, «
ci metta una buona pa­rola, se può», per fare un acqui­sto o per trattenere un giocatore che faceva le bizze.
Trattativa Siamo nel giugno del 1983, la Roma ha appena vinto lo scudetto e rischia di ve­dersi portare via l’uomo ­sim­bolo, l’ottavo re, Paulo Roberto Falcao. Il brasiliano, dalla casa di Porto Alegre dove si trova in vacanza, parla già da ex: «La­sciare Roma è stato un trau­ma», dice.
Il presidente giallo­ rosso Dino Viola incassa questa dichiarazione con l’abilità di un pugile, sa che tante squadre vogliono il suo gioiello, ma nessuna ha firmato un accordo con la Roma, quindi esiste an­cora un margine di manovra. Si parla delle avances del Vero­na e del Napoli, la telenovela diventa un caso nazionale, ma la verità è che Falcao si è pro­messo all’Inter. Sandro Mazzo­la, allora dirigente nerazzurro, ha lavorato nell’ombra assieme a Cristoforo Colombo, procu­ratore del giocatore, ha fatto firmare il contratto a Falcao e, tutto soddisfatto, lo ha mostra­to al presidente Ivanoe Fraiz­zoli. E’ il colpo dell’anno. Da te­nere segreto per qualche gior­no, perché non si sa mai, però ormai non ci sono dubbi: Fal­cao sarà dell’Inter.
Ingenuità Fraizzoli è un si­gnore d’altri tempi, un genti­luomo, forse troppo ingenuo. Una sera, quando manca anco­ra l’accordo tra le società, per correttezza alza il telefono e chiama Dino Viola per annun­ciargli che ha la firma di Fal­cao. In pratica, tocca a loro due raggiungere l’intesa definitiva. Dall’altra parte del filo, silen­zio: Viola prende atto, ma non parla. Fraizzoli capisce che la faccenda si complica e sospet­ta, anche se lo confessa soltan­to alla moglie Renata, che si muoveranno i pezzi grossi per bloccare l’affare.
Vaticano La grande macchi­na del potere si mette in azio­ne. Scende in campo Giulio An­dreotti in persona, tifoso roma­nista doc come il fedele braccio destro, Franco Evangelisti, cui affida il dossier Falcao. L’ordi­ne è chiaro: «A Fra’, risolvi il problema». Evangelisti studia la situazione, sonda il terreno, capisce che la prima cosa da fa­re è convincere la mamma del giocatore, la senhora Azise, a restare a Roma. Per raggiunge­ re l’obiettivo, non si fa scrupo­li. E così una vicenda di calcio­ mercato sbarca in Vaticano. A mamma Azise, religiosissima, fanno sapere che persino Papa Wojtyla spera che Falcao non lasci la Roma. Lei riferisce tut­to al figlio e aggiunge: «Non vorrai mica fare un dispiacere al Santo Padre, eh?». Il trasferi­mento all’Inter è sempre più in bilico, anche se c’è quel con­ tratto firmato nelle mani di Mazzola e Fraizzoli.
Telefonata Evangelisti va dal capo e gli dà un suggerimento: «Giulio, io ho fatto quello che potevo. Adesso devi interveni­re tu». Andreotti capisce, alza il telefono, chiama direttamente il presidente Fraizzoli e, così si è saputo in seguito, prima an­cora che su Falcao il discorso verte sugli interessi economici dell’imprenditore milanese, su quei capi d’abbigliamento che lui fabbrica e vengono distri­buiti anche ai ministeri, «un af­fare importante, mi dicono». Fraizzoli sbianca in volto, esce dall’ufficio, convoca Mazzola e i più stretti collaboratori e, sen­za dare una spiegazione, ordi­na: «Stracciate il contratto di Falcao. Non lo prendiamo più». A Roma esultano e An­dreotti, riservato al punto tale che in presenza di testimoni avrebbe perfino negato di chia­marsi Giulio, ammette: «Sì, questa volta mi sono impiccia­to e ho risolto la faccenda»

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