Da zona Cesarini a zona Colosseo: l'attitudine nichilista del 95'

La penna degli Altri
sabato, 09 novembre 2019 alle 15:58
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LA REPUBBLICA (E. SISTI) - Zona Cesarini o Zona Colosseo? Il finale delle romane è “hot". Scotta come il pallone tra i piedi. Roma e Lazio si tengono alla larga dall'happy end. Brutta abitudine. E l'Europa non le aspetterà. Gli altri continuano a pedalare e loro crollano. Perché? C'è un imprevedibile e invisibile dettaglio di sistema: l'insicurezza dei collettivi cui manca un vero leader in campo. Per quei pochi minuti cruciali, Celtic e Borussia sono apparse, emotivamente, di un altro pianeta. Cosa che non è. Ma può diventare se
uno si impegna (alla rovescia). Questa presunzione di decidere arbitrariamente quando la partita deve finire, in Europa non te la perdonano. E nemmeno Italia, se è vero che anche la Spal ha colpito Inzaghi in quel lembo di mare, con la terra a un passo, in cui pensi che la traversata sia finita. Perdi concentrazione anche per un solo minuto, magari l'ultimo, e lì si spalanca l'abisso. Prendere lezione dal City che difende in 10 e con un giocato
re di movimento in porta il pareggio con l'Atalanta. Non aprirsi, non accanirsi, non cercar vana gloria. Meglio fare quadrato. Un pareggio è sempre meglio di una sconfitta. Giovedì sera Roma e Lazio hanno servito alle avversarie la loro debolezza meno quantificabile: il carattere. E quando giochi le fasi conclusive paralizzato dalla paura che qualcosa possa andar male, qualcosa andrà male di sicuro. Tutto diventa più rigido. Dal muscoli dei giocatori al viso dei tifosi. All'Olimpico Berisha ha commesso un errore inspiegabile in uscita e senza pressioni. In Germania Fazio e Smalling hanno lasciato a Thuram spazio e tempo sufficienti per bersi un aperitivo prima di colpire di testa. Solo episodi di negligenza difensiva? Potrebbe sembrare. Ma in realtà il guasto parte da molto più lontano e coinvolge le squadre nella loro globalità. le rose, le società, i tecnici e lo spirito dei loro tempi (in campo). La sconfitta all'ultima curva è mentale. Paradossalmente ancor più della Champions, l'Europa League pretende un surplus di energie nervose. Ed è sempre in agguato la sensazione che si tratti di una manifestazione più scomoda che attraente. Le italiane vorrebbero arrivare in finale senza faticare né soffrire. E senza doversi preoccupare dei Cluj o del Basaksehir. Ma purtroppo {o per fortuna) non funziona così.

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