C'eravamo tanto odiati: dopo la fuga di Capello è pax tra i lupi e le zebre

La penna degli Altri
domenica, 12 giugno 2016 alle 12:40
pjanic mani in testa bate roma
LA REPUBBLICA (M. PINCI) - Fuorigioco, guardalinee, sgarbi di mercato. No, quella tra Roma e Juve non sarà mai una storia come le altre. Il trasferimento shock di Pjanic ha riacceso il fuoco di una saga scandita da rivalità e scippi, quelli certificati dal mercato e quelli rivendicati in campo dai romanisti. L’unica consolazione è che stavolta non ci va di mezzo Capello, protagonista dei due “ratti” più noti della storia di Roma-Juve. Quarantasei anni fa, quando traslocò direzione Torino con Spinosi e Landini, il bis nel 2004 dopo la fuga alla Juve con Emerson e Zebina.
Uno strappo che alimentò leggendarie fughe notturne a bordo di un’auto dello sponsor mai restituita. Leggende, appunto. Lui, Don Fabio, e Turone, incarnazione capitolina dell’ingiustizia sportiva, sono i nomi che hanno trasformato quella tra la Lupa e la metà bianconera della Mole in una contesa storica, quasi sociale: la Roma, fin dalla “Rometta” degli anni Sessanta, alla costante, quasi sempre insoddisfatta ricerca di una dimensione che è invece propria dei rivali invisi. Il sogno utopico della rivoluzione contro l’ordine costituito. Ogni volta che la Roma ha la sensazione di potersi avvicinare, però, l’imponderabile, lo sgarbo: ieri il doppio Capello, l’ultimo dopo una storica umiliazione alla Juve all’Olimpico, quella del “4 e a casa”, mimato da Totti. Oggi Pjanic, numeri alla mano il miglior calciatore romanista dell’ultima stagione con 12 gol e 13 assist.
La novità è che di sgarbo stavolta non si tratta: perché al di là di lettere e battaglie mediatiche, la partenza del bosniaco in direzione Juventus fa davvero contenti tutti: Allegri che si prende il centrocampista che voleva. Il calciatore, che va a guadagnare quasi un milione in più ogni anno. E pure alla Roma, che in un colpo registra l’ennesima plusvalenza del quinquennio americano (sfiorati i 200 milioni di valorizzazioni). Magari non basterà per soddisfare le prescrizioni imposte dall’Uefa, ma qualche (brutto) pensiero lo toglie.
In fondo non poteva essere altrimenti: Roma e Juve, infatti, non sono più quelle che ai tempi di Sensi e Moggi guerreggiavano urlandosi contro sospetti e accuse, dai Rolex in giù. Oggi Pallotta e Agnelli sono compagni di viaggio in Lega, dove incarnano un saldissimo fronte anti-Infront e anti-Lotito, ritenuto il burattinaio nella partita dei diritti tv. Condividono l’impostazione aziendale, Mr James cita spesso la Juve come modello — per stadio di proprietà, incremento delle sponsorizzazioni e dei ricavi, tutta roba che a lui manca — e questi ricambia dicendo di
“pensarla” come il bostoniano. Per questo da Torino hanno accettato di pagare la clausola per Pjanic solo dopo aver avuto il via libera (pubblico, tra l’altro) del ds Sabatini: “Parte solo per la clausola”.
Tra alleati non ci si fanno scortesie. Alleati, sì. Ma non amici. La gente non potrebbe accettarlo, i tifosi lo rifiutano a priori. E Pjanic ora ha riacceso quel fuoco. I social gli lanciano strali d’odio: c’è chi strappa la maglia e fotografa i brandelli per dimostrare di aver chiuso con il “traditore” Miralem. Che traditore non è, se usa una clausola concordata col club, ma come spiegarlo al cuore dei tifosi. Non è amore tradito. E’ lo spettro del passato che ritorna. Il fuoco riacceso di una rivalità scritta sui libri di storia.

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