Gli equilibri spostati dal riscatto di Benatia: "I favoriti restiamo noi"

La penna degli Altri
domenica, 24 dicembre 2017 alle 14:59
benatia juve
LA REPUBBLICA (M.CROSETTI) - Non può sapere, Medhi Benatia, che negli anni Sessanta e Settanta dare del marocchino, anzi del “maruchìn” a qualcuno a Torino, voleva dire dargli del meridionale. Maruchìn però era peggio, sommava un doppio spregio, al nero e al terrone. Mai nella storia della Juve, peraltro resa fortissima da molte generazioni di “maruchìn” in campo e allo stadio, un marocchino vero aveva indossato le righe bianche e
nere. Tocca dunque a que sto ragazzone fortissimo, orgoglioso capitano della sua nazionale, essere il primo e a suo modo l’unico: migliore in campo contro la Roma, autore del gol vincente da ex (festeggiato senza remora alcuna, con il gesto della mitragliatrice) e protagonista della cancellazione totale di Dzeko dal campo. Mica poco.
«È una gioia avere vinto con un mio gol, meno male che non ho pagato l’errore su Schick. Per lo scudetto siamo ancora noi la squadra da battere». Da quando è titolare lui, la Juve ha la rete intatta e accade ormai da 8 partite. A questo si aggiunge la suggestione di vedere Benatia muoversi nello spazio lasciato vuoto (ma non orfano) da Bonucci, caduto nel frattempo nel tombino del Milan. Non è stata immediata la sovrapposizione: il maruchìn ha dovuto trovare prima il posto, togliendolo al ragazzo Rugani, e poi la fiducia che talvolta ancora gli manca. Altrimenti sarebbe da tempo un drago d’Europa, avendo lui indossato pure le nobili maglie della Roma (tu quoque) e del Bayern, oltre che dell’Udinese che dal nulla lo lanciò. Povera Roma: ieri aveva contro questo grandioso stopper/goleador e il non meno immane portiere Sczcesny, altro ex giallorosso come Pjanic. Una colonia che ha segnato la differenza e che ora lancia la Juve verso il Napoli come un sasso nella fionda.
Padre marocchino e madre algerina, Medhi Benatia è un francese naturalizzato che nei giochi senza frontiere della Juve trasforma la Babele in vocabolario, nessuna parola fuori posto, nessuno che non capisca gli altri. La maglia è la numero 4 che già fu di Paolo Montero, assoluta garanzia di robustezza, e se Benatia avesse anche solo due etti della cattiveria agonistica dell’uruguaiano sarebbe irraggiungibile, ma anche così funziona. Nella Juve blindata dei tre centrali, Medhi è quasi un marcatore fisso. Ha seguito Dzeko come una decalcomania ma non Schick, juventino mancato come il gol del pareggio che nel finale gli sfugge. Un incrocio di destini che tuttavia non cambia il risultato: Benatia non paga dazio sull’errore che lancia il ceco, doveva proprio essere la sua notte.
Che il 4 sia la cifra e il marchio di Juve-Roma dimostra come Allegri abbia ormai svolto il teorema dell’equilibrio, operazione che al momento non prevede la presenza di Dybala. Dove potrebbe mettersi, qui dentro? Domanda che Benatia aveva forse posto a sé stesso quando non riusciva a levarsi dalla panchina, un anno intero è rimasto lì, in mezzo all’area c’era ancora Bonucci (quello vero) e lui doveva aspettare. Poi è stato recuperato nella testa e nella fiducia, come De Sciglio, certe operazioni riescono bene ad Allegri con materiale che pareva di scarto. Ed ecco che Medhi Benatia cancella la memoria italiana del suo predecessore (al Bari) Rachid Neqrouz, che qualcuno ricorderà per come molestava i centravanti avversari con perizia quasi si da urologo. Ma quello era solo folclore, invece Benatia è già una colonna, è un piccolo riscatto collettivo, orgoglio postumo di tanti maruchìn torinesi tra fabbrica e città.

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