Abolire gli ultras? Non è la soluzione

La penna degli Altri
martedì, 13 maggio 2014 alle 8:53
curva sud piena derby ottima
IL FATTO QUOTIDIANO (O. BEHA) - Ci sono fondamentalmente due modi per affrontare giornalisticamente la giungla spesso delinquenziale del teppismo da stadio: il primo, assai frequentato, è quello di ignorare pressoché tutti i dintorni di tale teppismo tenendolo basso o bassissimo ab ovo salvo poi rincorrerlo con i titoloni, l’indignazione vera o recitata e soprattutto la richiesta urlatissima di repressione. Il secondo, meglio se con un respiro lungo che non abbia taciuto di un fenomeno rilevante della nostra società (italiana e internazionale) da quando si è mostrato, consiste invece nel correlare vari fattori. C’è certamente anche quello della repressione, ma non scisso da un’analisi del contesto che non risponda alle solite letture di comodo, di interesse, di potere: questo secondo modo è decisamente minoritario e se ne intende facilmente il motivo. Non si vende bene perché cerca di spiegare, non fa sconti a responsabilità e colpe, ragiona sul fatto che più potere hai più avresti potuto far qualcosa. In base a tale primo modo, qui mi toccherebbe fare l’elenco dei cori dell’altroieri, a Roma, a Livorno o dove sia, citare le scritte sulle maglie dei tifosi più facinorosi, ululare all’Alfano prima maniera (prima che si rincantucciasse dopo l’astuzia di Renzi di posporre il tutto per non rischiare contraccolpi elettorali) anch’io “Daspo a vita” per i colpevoli magari da scontare ereditariamente, per generazioni. Naturalmente il ministro degli Interni ignorava che quel Daspo c’è già, che comunque funziona come esclusione dallo stadio e quel Daniele pistolero – pare – era in viale di Tor di Quinto, e quindi a meno di non stabilire dei Daspo per quartiere, la sparatoria sarebbe avvenuta lo stesso. E che tutto sommato un Daspo avulso da altre misure servirebbe comunque a poco. A lui Alfano, forse, non certo a noi.
E DI SICURO è esattamente l’atteggiamento nei confronti del calcio, dello stadio e dei suoi abitanti che è stato tenuto finora dalla politica, sportiva e non. E vedete a che punto siamo arrivati. Proviamo allora, dopo aver deprecato ritualmente ma convintamente tutto il teppismo e la violenza che il pallone pretestuosamente promuove e sviluppa, a parlarne nel secondo modo. Raffreddando un po’ i commenti, davvero far campeggiare sulla maglietta uno “Speziale libero” è diverso da andare sotto Montecitorio a manifestare con gli striscioni “Dell’Utri libero” o se preferite un altro genere d’antan, “Sofri libero”? Siamo ancora all’interno della libertà d’espressione oppure no? Si scollina invece con “Uno, due, mille Raciti” che immagino finisca dritto dritto nell’art. 414 del Codice Penale, ovvero l’istigazione a delinquere specificata nell’apologia di reato. Né può bastare a distinguere la libertà d’opinione – mentre negli Usa in suo nome si può bruciare la bandiera – il fatto che Genny ‘a carogna sia quel tipino che è, o che i titolari di cori anche orrendi siano gente con cui non ci piace parlare. Difficile selezionare i salotti dalle curve, certo: forse su un terreno così scivoloso conviene restare per quel che si può – e a volte è davvero arduo anche questo – al rispetto della legge senza troppo riguardo all’an - tropologia culturale. Anche perché subito dopo la repressione o contemporaneamente c’è ahimé un uso o un abuso del potere politico che lungi dal riconoscersi tutte le colpe che ha pensa di esorcizzarle spedendo dentro i Genny o i Daniele De Santis non come individui, ma come categoria di persone che disturbano la collettività, ma soprattutto il manovratore. Che purtroppo però porta il bus nel burrone…
PER CORTESIA non affibbiatemi alcun “buonismo” per questo discorso, ennesimo stratagemma per mischiare le carte. Casomai sono ancora più “giu - stizialista” ma a ragion veduta. È che anche nella giungla da stadio si è forti con i delinquenti deboli e deboli con i delinquenti forti. Ho appena evocato la “collettività”. E non a caso. Mi fermano e mi scrivono per chiedermi se non penso che il tifo ultras vada abolito, raso al suolo in termini di ordine pubblico “per riaprire gli stadi alle famiglie”. Huge program, quest’ultimo, attuato come sappiamo altrove anche se le contraddizioni sono in agguato quasi ovunque. Ma se abolire gli ultras è la precondizione per salvare il calcio, forse sbagliamo indirizzo. La discutibilissima e assai migliorabile condizione del tifo organizzato è appunto nel profondo un’ipotesi di collettività, di comunità. Fine della politica? Società per bande? C’è il tifo... Non deve andare a scapito degli altri, ma forse per tanti riempie un vuoto sociale e politico che altrimenti produrrebbe più mostri di quanti se ne vorrebbero eliminare. Come dice Mourinho, una specie di Brecht in tuta, chi sa solo di calcio non sa niente di calcio. Trasferito a questa spinosa e sempre più sanguinosa questione, il detto non può non tenere insieme calcio e società, quelle pallonare e quella che ci contiene. Ma per provarci bisogna essere competenti e non strumentalizzare tutto a propri fini: chi c’è così in circolazione? E infatti largo al primo modo di occuparsene, alle urla contro i cori e alla repressione fine a se stessa che blinda il calcio ma contemporaneamente lo colpevolizza: niente ultras per le bocce e il gelato artigianale? Quelle sì che sono discipline civili...

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