Perché Zeman piace più ai tifosi che ai dirigenti

La penna degli Altri
giovedì, 14 giugno 2012 alle 16:24
GASPORT (R. BECCANTINI) - Guai ai vinti. Antonio Conte lo disse per spronare la Juventus all’inseguimento del Milan. Non sono d’accordo. La storia la scrivono i vincitori, sì, ma ci si ricorda anche degli sconfitti. Di alcuni, almeno. Penso alla grande Ungheria del 1954, lo squadrone di Puskas, Bozskic e Hidegkuti, sopravvissuta, nella memoria e nella gloria, alla sconfitta mondiale di Berna contro la Germania Ovest di Fritz Walter. Zdenek Zeman è la nostra eccezione

Zdenek Zeman è la nostra eccezione. A 65 anni, non ha vinto che un paio di campionati di serie B — l’ultimo, fresco fresco, con il Pescara — e uno di C-2 ai tempi del Licata. Eppure il suo ritorno a Roma e alla Roma, nel segno di quel «ritornismo » che ci tiene prigionieri, ha scatenato entusiasmo e smosso pregiudizi, come se in ballo non ci fosse soltanto l’intransigenza di un «mister» speciale, ma una somma di ruoli, una raffica di dogmi: allenatore più maestro più censore più precettore più oracolo più missionario più visionario. Uno, nessuno e centomila. Maestro, soprattutto. Non c’è squadra del boemo che non andrei a vedere; mai nella vita, però, gliene affiderei una da scudetto. E la politica non c’entra. C’entra la sua maniera di vivere il calcio, sempre all’attacco, in campo e fuori. Più mi guardo attorno, tra una puntata di X Factor e una degli zingari, meno mi sento di affermare che il marcio sia riconducibile tutto a Giraudo e Moggi, «scomparsi» nel 2006.
Sono passati sei anni, appunto, e non risulta che, nel frattempo, l’opposizione diventata governo gli abbia affidato un’ammiraglia: la serie A, Zdenek se l’è sudata e guadagnata in provincia. E quando la Roma di Franco Sensi si aggiudicò lo scudetto nel 2001, dopo la rinuncia a Zeman e l’arrivo di Capello, «più caro al palazzo», non ho notizie di Circo Massimo deserto e bandiere a mezz’asta. Zeman pratica un calcio che seduce e tortura i cuori, capace com’è di vincere le partite perse e perdere le partite vinte (oggi, per la verità, un po’ meno). Punte e puntine stravedono per lui, ma attenzione: gli deve molto anche Nesta, un difensore che termina quando finisce l’attaccante, come gli stopperoni di una volta. Zeman non è una moda, è un modo; e se talvolta le due cose coincidono, la colpa o il merito è di questo Paese, prodigo di capriole e sempre incollato alle stesse natiche, al medesimo guano, dal toto nero a calciopoli a scommessopoli. Ecco allora che a Zeman basta calibrare il brontolio del sermone per uscire dalla nicchia dentro la quale lo sbattiamo non appena lo esonerano o si esonera. A Pescara sono ancora lì che si leccano i baffi.
Mai dimenticherò Parma-Real Madrid, amichevole dell’estate 1987, con Zeman in panchina. Due a uno targato Turrini e Gambaro, calcio d’alta scuola. Di lì a poco, l’allenatore sarebbe stato licenziato, un classico anche questo. Fossi il suo presidente, gli affiancherei sempre uno specialista di tattiche difensive. Così facendo, però, temo che ne perderemmo gli eccessi giovanilisti, l’armonia dell’esagerazione, la caccia al brivido: in parole povere, il meglio. Preferisco rimanere testimone del suo gioco. Con l’auspicio che, dopo il ritorno del «vecchio», un giorno o l’altro possa nascere un nuovo Zeman.

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