L'età di Lulù Oliveira

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venerdì, 06 febbraio 2009 alle 19:00
LA STAMPA (ZONCA) - L’orecchino è al suo posto, sul lobo destro, e lo smalto trasparente alle unghie è stato dato di fresco. Anche il fisico regge, come commentano gli affezionati del Derthona dietro la rete del Cosola, il campo in erba sintetica orgoglio della società di serie D: «Mai un infortunio in carriera, guarda come fila il Falco». Luis Airton Oliveira è tutto quel che resta a una squadra sbattuta all’ultimo posto in classifica, con vista Eccellenza, da una sentenza per illecito sportivo in attesa di appello. Cioè il limbo e Lulù - che ha quasi 40 anni e ha visto troppo calcio per preoccuparsi prima di un giudizio definitivo - lo riempie di gol, 10 fino a oggi, e di quell’aria da pallone che conta, la polvere di stelle per cui è stato comprato.
La città di provincia «ex ricca», come ci tengono a specificare, non è un brutto posto dove finire la carriera: stadio con un passato da serie C tenuto a lustro, gabbia per gli ospiti, tribuna stampa e qualche tornante più giù, davanti al centro commerciale, il campetto dove il Derthona si allena tutti i pomeriggi. Lulù arriva il mercoledì, «perché non recupero più come una volta e poi ho bisogno di tornare spesso a Cagliari. La famiglia è rimasta lì». Lo dice seduto nella sede della società: quattro stanze ordinate e uno schedario alto con gli adesivi sui cassetti, l’ultimo dice «ex giocatori» ed è la categoria da cui Oliveira scappa.
Che ci fa in serie D, ha ancora voglia di correre?
«Non so fare altro e fino a che ho la mente libera e le gambe che vanno, continuerò. E poi è bello tornare indietro, dal massimo alle serie minori: nel percorso a ritroso scopri di aver lasciato delle tracce».
Ricordano i gol?
«No, si ricordano di me. Da quando ho finito con la bella vita, la serie A, il primo giorno dentro uno spogliatoio è sempre uguale: credono che io sia chissà chi ma sono il primo a scherzare e i ragazzi si aprono, ricordano episodi della mia carriera. Ci si racconta».
Lo spogliatoio non è sempre stato così amichevole, non la criticavano per i ricci lunghi lunghi e l’orecchino?
«Solo gli allenatori, ma Mazzone, il mio primo tecnico al Cagliari, ha liberato tutte le mie scaramanzie. Non gli piacevo. Mi urlò: leva quell’orecchino e io ho ubbidito. Ho giocato uno schifo, una figuraccia, l’ho rimesso e mi sono dato il blu alle unghie. Tutti i riti che ho ancora oggi».
Li aggiorna?
«Ci sono degli elementi fissi, il resto cambia quando non funziona. Da poco ho eliminato la piuma d’uccello che tenevo negli spogliatoi. Ha fallito».
Le manca il Brasile?
«No, quando smetto starò in Sardegna. È dove mi piace vivere, il Brasile resta la mia patria calcistica, l’unico rimpianto. Ho avuto fretta di giocare per una nazionale e non credevo che il Brasile con tutte quelle stelle potesse interessarsi a me. Così ho preso il passaporto belga. Quindici giorni dopo aver firmato le carte vengo a sapere che Falcao, allora ct, mi stava cercando. Troppo tardi. Mio padre si è messo a piangere. Lui ci aveva sempre creduto, diceva agli amici: vedrete mio figlio, giocherà in nazionale».
Al posto di Amauri che farebbe?
«Sarei già da Dunga. Per chi è nato in Brasile esiste solo quella maglia».
Lei di maglie ne ha indossate tante, momento migliore?
«L’arrivo a Catania nel 2002, sceso dall'aereo mi aspettava l’intera città. Mi portavano in trionfo prima ancora di cominciare: respiravano Lulù Oliveira».
Però a Catania l’hanno anche pestata.
«Era la partita prima delle vacanze di Natale e pensavo che avrei smesso lì. Essere preso a spintonate per non aver festeggiato abbastanza una rete: era la fine del calcio, almeno del mio. Mi ricordo le giornate a Cagliari passate al telefono con i miei compagni, eravamo depressi. Ma anche lì poi vinse la passione, non solo la mia, quella dei tifosi che mi lasciavano i biglietti “non mollare”. Il mio allenatore, Graziani, mi giurò che io e la squadra potevamo stare tranquilli. Nessuno ci venne più nemmeno vicino».
Il presidente era Gaucci e lei ha lavorato anche per Preziosi, Cellino, Cecchi Gori. Mai avuto problemi?
«Con me è difficile averne, non chiedo spiegazioni: quando capisco che non va me ne vado, come è successo a Como. I miei gol hanno portato la promozione in A e una volta arrivati lì non mi hanno fatto giocare neanche un’amichevole. Ancora oggi non so perché. Lo stesso con Trapattoni, alla Fiorentina. Voleva che facessi il terzino, ho cambiato aria».
Dodici anni di serie A, ha vissuto dentro calciopoli: se ne è accorto?
«Buffo, solo quando è uscito tutto ho pensato male di certe strane decisioni. Però il calcio italiano oggi mi sembra più leggero: si è tolto un peso. Sono sempre stato in squadre piccole, ero abituato al fatto che non fischiassero dei rigori».
Uno però glielo hanno regalato?
«No quello l’ho pagato con gli interessi. Cagliari-Fiorentina, era la stessa domenica in cui è morto Spagnolo, il tifoso del Genoa, eppure ricordano tutti quel tuffo. È vero mi sono buttato, ma per paura, volevo evitare Toldo e poi pensavo di dirlo all’arbitro Pairetto solo che i compagni non ne volevano sapere. Non ho avuto il coraggio di mettermi tutti contro. Per anni non mi hanno più fischiato nulla e appena trasferito a Firenze mi cantavano: è arrivato il tuffatore. Ho faticato per levarmi quell’etichetta».
E alla fine quale l’è rimasta appiccicata?
«Il Falco, attaccante. Quella più semplice. Con tutto il mondo che mi ha dato questo sport come posso lasciarlo? Resterò nell’ambiente quando dovrò per forza smettere. Qui al Derthona c’era l’idea di lavorare con le giovanili, vedremo. E il lunedì seguo gli allenamenti di mio figlio, a Cagliari. Ha 8 anni. Gli Oliveira sono nel calcio da generazioni: lui è il prossimo».

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