Paolo Maldini rompe il silenzio sulla sua brevissima esperienza da direttore tecnico della Nazionale. Un progetto nato sotto i migliori auspici per rifondare il calcio italiano, ma naufragato rapidamente a causa di divergenze insanabili con i vertici federali.
Lei finora ha taciuto. Ci racconta come è andata davvero la sua breve esperienza da direttore tecnico della Nazionale?
"Malagò mi ha chiamato a Pasqua (...) Mi ha chiesto di diventare presidente del Club Italia. Non si trattava solo di rilanciare la Nazionale. C'era da rifondare il calcio italiano."
E poi cos'è successo?
"Poi i patti sono stati rivisti; di conseguenza l'unica cosa da fare era dimettersi. (...) Infatti per prima cosa ho chiesto: il ct chi lo sceglie? Malagò mi ha risposto: l'allenatore lo decidete voi, e io lo avallo. Questo era l'accordo. Poi gli eventi hanno fatto sì che questa cosa cambiasse."
Con Pirlo?
"La nostra idea era legata alla tecnica. Al gioco offensivo. (...) Volevamo un allenatore giovane, che avesse avuto una storia in Nazionale. I nomi erano tre."
Chi, oltre a Pirlo?
"Daniele De Rossi e Fabio Grosso. Tre campioni del mondo. Ma il presidente ci ha detto che in base agli accordi che l'hanno portato all'elezione (...) non potevamo toccare gli allenatori delle squadre di serie A. Quindi De Rossi e Grosso erano esclusi."
Malagò cosa le ha detto?
"Ha telefonato a me e a Leonardo per dire: 'Secondo me Pirlo non si può più prendere. Da oggi l'allenatore lo decido io. Da oggi cambiano le regole: io decido il ct e voi avallate'. Ma se ho una mansione, se ho una responsabilità, e intendo esercitarle, questo è un discorso inaccettabile. Ci siamo presi 24 ore e abbiamo presentato le nostre dimissioni, su un contratto che doveva ancora partire."
E con Pep Guardiola com'è andata davvero?
"È l'allenatore che più incarna il gioco tecnico e offensivo (...) Siamo andati a trovarlo a Barcellona, abbiamo pranzato insieme, abbiamo parlato per un'intera giornata. Era molto tentato. È andato molto vicino ad accettare. Si era messo anche a scrivere formazioni sui fogli...".
Cos'ha Mancini che non va? Anche lui è stato un grande calciatore. Ha vinto un Europeo.
"Si figuri se io non apprezzo Roberto Mancini. Ma avevamo un progetto diverso. Volevamo un ct nuovo, giovane. Mancini e Conte sono due grandi allenatori. E non è questione di amicizia».
Ora si dice amichettismo.
"Io sono amico di Pirlo, è vero. Sono amico di Ancelotti. Ma sono amico anche di Mancini e di Conte, certo con frequentazioni diverse. Ci conosciamo da decenni, abbiamo giocato contro, e abbiamo giocato insieme in Nazionale. Con Mancini siamo arrivati in semifinale all'Europeo del 1988, quello di Van Basten, e al Mondiale di Italia 90. Con Conte siamo arrivati in finale ai Mondiali del 1994 e all'Europeo del 2000. Ma non scelgo le persone perché sono mie amiche. Scelgo le persone che al momento mi sembrano più valide per il progetto da sviluppare".
La serie A voleva Conte. Perché non andava bene? Non è abbastanza offensivo?
"Io ho parlato con Marotta, con Percassi, con altri presidenti e dirigenti, e nessuno mi ha fat-to un nome".
Non è un mistero che i presidenti volessero Conte.
"La Lega è stata corretta, mi ha anche garantito: se c'è da dare una mano sul piano economico, noi ci siamo. Ma un pochino mi conoscono. Se devo venire qua e due nomi sono già scelti, uno da Malagò e uno dalla Lega, che senso ha chiamarmi? Tante volte mi è stata assicurata l'autonomia. Che avessero un loro pre-ferito, ci sta. Ma se chiedi collaborazione, e prevedi un progetto condiviso, poi devi condividerlo".
(corsera)