Zeman: "Roma, perchè mi hai voluto?"

La penna degli Altri
martedì, 23 aprile 2013 alle 9:13
CORSPORT (A. GIORDANO) - Come s’usava a volte a scuola, Zeman: il primo argomento è a piacere... «Sono pronto a rispondere a qualsi
Ha metabolizzato il dolore per l’esonero della Roma?
«Andiamo avanti, se può...». (...)
Torniamo al 2 febbraio scorso: l’esonero era nell’aria...
«Io so che il 22 dicembre, dopo aver battuto il Milan, eravamo, quasi unanimemente, la squadra che con la Fiorentina esprimeva il più bel calcio in Italia. E la Roma con la Fiorentina ne ha vinte anche due su due....».
Però qualcosa era cambiato...
«Non dentro di me: quando sono tornato a Roma, l’ho fatto innanzitutto per affetto, perché sono legato al club, perché volevo ripartire - tredici anni dopo - e provare a regalare ai tifosi le stesse soddisfazioni di Pescara. Oggi, a posteriori, non saprei dirle perché sono stato chiamato, né perché mi sia stato proposto un biennale».
Sospetta (forse) d’esser stato scelto come personaggio-immagine?
«Posso soltanto dire che soltanto dopo essere arrivato qua, e non poteva accadere diversamente, ho scoperto che tra me e chi mi aveva voluto c’erano due visioni diverse del calcio».
Tra lei e la società qual era la differenza?
«Ci è mancata l’unità di intenti. Si dice così, no?».
Si dice così però spieghiamola...
«La Roma ha cambiato 14 calciatori, nove dei quali titolari. Eravamo la formazione più giovane. Ma anche i ragazzi di talento, per esplodere definitivamente, hanno bisogno di lavorare: l’unica condizione per migliorare e sviluppare le proprie qualità è quella. E poi esiste il rispetto delle regole. Chi arriva in un club così prestigioso, non deve pensare di aver raggiunto l’obiettivo. Deve poi confermarsi».
Resta vago e allora andiamo al cuore del problema: le responsabilità non saranno sempre degli altri, lei pensa d’aver commesso errori?
«Forse ho sbagliato nel pensare e nel credere, venendo alla Roma, che tutti avessero il mio stesso entusiasmo e la mia stessa concezione del calcio, il desiderio di vincere».
Le frasi alla vigilia della trasferta di Bologna le ricorda?
«Certo che sì. E l’unico motivo che mi ha spinto ad esprimermi con dichiarazioni così forti, era l’interesse dalla Roma. Invece, paradossalmente, sono diventato il colpevole d’uno stato di agitazione. Non l’ho detto io, ma qualcuno più importante di me (Mourinho, ndr) : dove non c’è disciplina, non può esserci calcio».
Non sono stati mesi semplici con i calciatori.
«Io ai ragazzi chiedevo solo che si allenassero. Non ho avvertito un clima così complicato, onestamente. E penso di aver lasciato qualcosa: la finale di coppa Italia la sento mia, ad esempio. E poi, a parte qualche risultato negativo, c’è un lavoro dietro: fare nomi non è piacevole, ma Marquinhos, che è un ‘94, si è messo in evidenza. Altri hanno guadagnato la Nazionale. E poi penso ai progressi di Florenzi, di Castan, di Lamela, alle reti segnate da Osvaldo, a ciò che secondo me ha dato Tachtsidis».
Nomi è inevitabile farne, se permette: De Rossi è stato il pomo della discordia.
«E io invece non ho mai guardato al nome ma alle prestazioni, valuto in base ai meriti e a quello che dice il campo. Leggendo i giornali, ad esempio, aveva una media di 5,42. Io non vivo del passato ma del presente».
Discussioni anche intorno ad Osvaldo.
«Con me ha segnato dieci gol, sarebbe potuto arrivare a venti. A Lecce lo volli io. Ho fatto tutto per il suo bene. E, viste come stanno andando le cose, non dovevo essere io il problema».
La gestione dei portieri ha rappresentato il tormentone e la sconfitta con il Cagliari nasce da incertezze di Goicoechea, ritrovatosi nel ciclone.
«Purtroppo si dimentica in fretta: le parate con il Milan e con la Fiorentina andrebbero ricordate; o anche le vittorie quando c’era lui in porta. La serie positiva apparteneva anche a lui».
Preferirlo a Stekelenburg non è stato un azzardo?
«Stekelenburg si è infortunato a Parma e poi è rimasto fuori per un periodo più o meno lungo. Lobont era fermo e Goicoechea mi offrì garanzie. Io non avevo mai messo in discussione Stekelenburg, neppure dopo il gol con la Sampdoria: ma quando è rientrato, non ho colto in lui il desiderio di riconquistare il posto. Tant’è vero che poi andò in Inghilterra, quando è sfumato il passaggio al Fulham».
Si è argomentato sui suoi metodi di preparazione.
«Mi permetto di sottolineare che Totti, un uomo senza età, corre come un ragazzino. L’esempio è lui, che nonostante sia il calciatore più importante della storia della Roma, resta un modello. Il suoi desiderio di competere è un messaggio diretto per chiunque. Il primo ad arrivare al campo, l’ultimo ad andare via: se qualcuno non l’ha seguito, non è certo colpa di Francesco. Ripeterò sempre un concetto: se qualcuno in allenamento dà dimostrazione, io non ho
Così, però, è rimettere il dito nelle piaghe del recente passato.
«E’ un’analisi onesta, che riflette la mia visione del calcio: io non mi lascio gestire dai giocatori, mentre invece c’è chi lo fa e concede eccessiva libertà».
Questione tattica: venne fuori un problema-Pjanic.
«Ma non ne ho capito il motivo, visto che con me ha giocato quasi sempre. Poi è evidente che ho interpretazioni personali sul ruolo: e posso pure pensare che lui non debba giocare in prossimità di Totti, ma sul versante opposto». (...)
Inevitabile: è tornata la Gea.
«Siamo in un mondo senza memoria. Intanto, eviterei di pronunciare la parola etica. E poi sarebbe meglio per il calcio che chi ha subito processi e condanne, ne stesse lontano».
Consenta: come mai Zeman ha detto sì ad un club con una proprietà che non è in linea con le sue idee di management?
«Ho scelto lasciandomi guidare dai sentimenti: ho pensato ai tifosi, alla Roma».
E ora che intenzioni ha?
«Di allenare ancora. Di fare il mio calcio». (...)

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