Nel cuore di Napoli il ragazzo si fece uomo

La penna degli Altri
venerdì, 01 ottobre 2010 alle 7:26
IL ROMANISTA (C. ZUCCHELLI) - "Domani tu sarai ancora qui, ma i tuoi sogni potrebbero non esserci... Io so che devo andare". Lo cantava Yusuf Islam, quando ancora si faceva chiamare Gatto Stevens, nel pezzo che lo ha reso immortale, Father and Son. I sogni di Marco Borriello se li
dei bambini che aspettano Natale per scartare i regali. Un bambino a cui muore il padre diventa di colpo uomo, un bambino a cui lo ammazzano diventa già vecchio, a Marco Borriello il padre lo hanno ucciso a Natale, a colpi di pistola. Sono passati diciassette anni, tra due giorni Marco Borriello tornerà a casa.
A Napoli, la città in cui è nato il 18 giugno 1982, proprio mentre Bruno Conti segnava con la maglia azzurra al Perù, nella seconda partita di quel Mondiale poi conquistato dall’Italia. Non è un rapporto semplice, quello
tra il bomber romanista, tre reti in sei gare, e Napoli. Alle pendici del Vesuvio sono legati tanti bei ricordi legati all’infanzia «a quando giocavo a pallone tra i vicoletti coi miei fratelli e miei amici, come penso qualsiasi bambino » ma anche cose che dalla mente e soprattutto dal cuore non se ne andranno mai. Quando Marco aveva 11 anni, la camorra uccise suo padre Vittorio, “biberon” secondo la freddamente dettagliata cronaca dei verbali di Polizia. Era un giorno di dicembre del 1993, il 22, proprio il numero che è sulla sua maglia. Borriello non ne parla mai, ci sono cose che anche solo pensarle fa male, anche se ormai sei realizzato, ricco e invidiato.
Bello come un dio greco, Marco resta un ragazzo puro, dagli occhi puliti, benvoluto da tutti proprio per questa sua limpidezza dell’anima che ti viene solo le la vita l’hai davvero guardata in faccia, ma dal lato oscuro. Una volta, dopo aver segnato col Genoa su rigore, sbottonò per qualche minuto la sua corazza. «Dedico il gol a mio padre. Non l’ho mai fatto, ma proprio oggi ricorre l’anniversario della sua morte». Una morte legata alla camorra che, il 26 maggio 2008, alla vigilia degli Europei, definì così: «C’è sempre stata
e sempre ci sarà, perché con la camorra la gente mangia. Per me non c’è bisogno di libri o di film per capire qual è la situazione. Io per quelle strade ho vissuto». Ne è tornato a parlare due anni dopo: «Facile dire che a Napoli c’è la camorra. Ma la città non è soltanto questo». Parole dure anche per lo scrittore Saviano «lucra sulla città» ma corresse subito il tiro, ribadendogli «il suo sostegno» e andando avanti per la sua strada.
Una strada che parte da lontano, da quelle stradine che sanno di vita e mare alla periferia di Napoli. Tre maschi, Piergiorgio, il maggiore, Fabio il più piccolo, lui in mezzo, e per tirarli su senza un uomo c’è voluta tutta
la forza di mamma Margherita, tabaccaia, con una dignità che le cronache non sono mai riuscite a raccontare fino in fondo. Quando aveva cominciato a tirare calci da ragazzino, il vuoto non c’era ancora, i sogni sì, e mano nella mano col padre si iscrive alla scuola calcio Carioca. Affiliata alla Roma, quando nessuno poteva immaginare che la cosa avesse una sua rilevanza. Mancino naturale, fin da piccolo segna da qualsiasi zona del campo e viene notato da società importanti.
Sembra l’inizio di una favola e lo è pure, almeno fino a quel giorno di dicembre. Luci, regali e sangue: la vita di Marco è sconvolta in poche ore. Costretto a crescere tutto d’un colpo non si scoraggia e con la fierezza che aveva sin da allora («Napoli non è la giungla, ma nemmeno Disneyland, ti tempra e devi stare sveglio sin da piccolo») continua a impegnarsi nel calcio. Si sfoga in campo, Marco, e solo quando indossa gli scarpini e si
sporca di terra, erba e fango torna ad essere il bambino che ancora è.
C’è un uomo che gli è accanto in questi anni: è Pasquale Miele, il presidente del Carioca. Non lo lascia mai solo, si preoccupa che vada bene a scuola, parla con la mamma. Sul sito della scuola calcio, oggi, c’è una foto di Marco con la maglia della Nazionale, con qualche riga dettata dal ragazzino di cui vanno più fieri. «Mi fa piacere ricordarlo. Per me che ho perso presto il mio papà, lui è stato un secondo padre. Mi veniva a prendere, mi dava un’occhiata e mi stava accanto. E’ stato lui ad organizzare il provino con il "Granarolo Faentino," un settore giovanile dove venivano osservatori anche di grandi club. Quel giorno c’erano anche Colombo e Baresi del Milan e mi hanno preso». Non fece la stessa la scelta la Roma e nella conferenza stampa di presentazione a Trigoria è stato proprio Marco a ricordare come andò: «Bruno Conti mi diceva che ero bravo ma dovevo crescere e quindi, dovendo scegliere, preferì puntare su ragazzi di Roma». Conti aveva un grande
rapporto col presidente Miele, sul sito ci sono anche le sue di parole: «La strada percorsa in questi sedici anni dalla Scuola Calcio Carioca è quella giusta: dare la possibilità ai giovani di esprimersi attraverso il gioco del calcio, distogliendoli dalle insidie quotidiane che minano la loro crescita ed il loro futuro». Il futuro di Marco è nato proprio così, passando ben presto da un azzurro sempre a due passi ma mai trovato, fino al rossonero. Con il Milan fa gli Allievi, con il Treviso la Primavera, poi torna a Milanello e comincia un lungo peregrinare per l’Italia. Chi lo allena lo definisce «un talento naturale» ma la storia d’amore con Belen Rodriguez riempie le riviste patinate e offusca le sue gesta in campo. Nel 2006, ancora a dicembre, ancora qualche giorno prima di Natale, arriva un’altra mazzata: positivo a un controllo antidoping. La storia è nota, lui ne esce praticamente immacolato ma a Napoli c’è chi va da mamma Margherita a dirle: «Tuo figlio è un drogato». Lei ci resta male, soffre, piange pure, ma risponde sempre per le rime. La vicenda viene archiviata in pochi mesi, Marco torna in campo, l’anno dopo va al Genoa e la sua carriera decolla definitivamente. A riempire le pagine dei giornali stavolta sono i gol. Tanti e belli, come l’ultimo, martedì sera contro il Cluj. Il giorno dopo a Trigoria i tifosi erano tutti per lui. «Segnare al Napoli? Magari». C’è riuscito una volta sola, quando era al Genoa, ma a Marassi. La rete del San Paolo non l’ha mai gonfiata, conta di farlo dopodomani per la prima volta. A pochi chilometri da San Giovanni a Teduccio, dove i gol li faceva alle porte finte, con i pali costituiti da zaini e cartelle buttati per terra e la rete non c’era. E dove suo padre lo guardava orgoglioso, proprio come farà domenica.

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