Le mani degli ultrà sul business del calcio

La penna degli Altri
mercoledì, 05 maggio 2010 alle 15:19
ultras
LA REPUBBLICA - C'è solo rivalità di campanile, e un gemellaggio antico, dietro le pallottole spedite a Lotito e la sconfitta che gli ultrà della Lazio hanno
Il problema è che gli ultrà, ed è un elemento comune a tutte le principali tifoserie, soprattutto quella metropolitane, stanno alzando il tiro. Molte curve sono finite in mano a gruppi criminali organizzati. Che sanno con quali metodi esercitare il loro controllo e come imporlo alle società. Non lo fanno gratis, ovviamente. Lo fanno per interessi economici. Perché se prima c'era la figura del capo tifoso che metteva da parte qualcosa facendo la cresta sui biglietti, oggi ci sono vere e proprie cupole interessate a mettere le mani sui grossi introiti. Non si scatenano più solo contro le forze dell'ordine, ma anche contro le società. Il messaggio che deve passare è: comandiamo noi, e noi oggi siamo criminali. Punto".
Chi frequenta le curve e chi ne studia i flussi e le dinamiche lo conosce benissimo il salto di qualità che si sta consumando; sa qual è il virus che ha infettato le legioni dei guerrieri della domenica trasformandole in piccoli mandamenti "dove tutto è possibile e dove tutto può accadere", per dirla ancora con le parole dell'investigatore. È così da almeno un paio di stagioni. E forse anche solo casualmente tutto questo coincide con il giro di vite deciso dal ministero degli Interni, la "stretta" che ha reso la vita difficile ai tifosi più scalmanati. Le trasferte vietate. I biglietti nominali. Poi la tessera del tifoso, fumo negli occhi per gli ultrà che infatti sono scesi sul piede di guerra (gli ultimi scontri a Genova, prima del derby dell'11 aprile scorso, doriani contro forze dell'ordine).
Questo cambio di passo ha un origine e una data. Il 2 febbraio 2007. La morte a Catania dell'ispettore di polizia Filippo Raciti. Da lì in poi nulla è stato più come prima. Anche la violenza è cambiata. Non se n'è andata, si è solo riorganizzata. "È una violenza anomica, senza regole e per questo anche più pericolosa perché può esplodere in qualsiasi momento - ragiona Carlo Balestri, studioso e anima di Progetto ultrà, il laboratorio nato 15 anni fa all'interno dell'Uisp Emilia Romagna -. Siamo arrivati al capolinea o all'anno zero. Resta un panorama desolante, dove gli aspetti positivi che c'erano, l'aggregazione, l'entusiasmo, il tifo, le coreografie, sono andate a morire lasciando il posto a quello che vediamo: scontri tra bande, dove a volte tutto è deciso da chi ha interessi forti e si è infiltrato in curva. Come accade nelle grosse città".
È la linea dura imposta dalle nuove cosche del tifo. Quelle che guardano lontano e, sul modello mafioso, per ingrossare le casse, non guardano in faccia a nessuno. E quasi sempre scelgono lo scontro frontale. Roma e Milano. E Torino. Sono i laboratori di Ultras s. p. a., l'azienda che allunga i suoi tentacoli su tutto quello che c'è da mangiare dentro e fuori gli stadi: servizio d'ordine (steward), parcheggi, merchandising, biglietti, bagarini. Persino i porchettari o "paninari", come li chiamano a Roma dove gli ambulanti, se vogliono lavorare senza scocciature, devono "scucire" qualcosa ai capibastone delle due curve. "È brutto doverlo ammettere ma qui hanno tutto in mano loro - aggiunge un'altra fonte di polizia che si definisce ormai "un pezzo d'arredo dell'Olimpico" -. Molte facce conosciute in curva le trovi ai cancelli, che regolano gli ingressi. Anche in tribuna Tevere, dove un tempo c'era gente normale e invece oggi, ai derby, trovi gli ultrà perché sanno che lì possono fare casino. Io mi chiedo: ma questo le società lo sanno?".
Di certo di una cosa si sono accorte. I capi delle curve stanno tentando di "commissariare" i club. Un piano incubato per anni e esploso quando il movimento ultrà - sotto i colpi della repressione - si è trovato di fronte a un bivio: scomparire o cambiare pelle. Da qui la devastante mutazione. Con lo sbarco della malavita organizzata che vuole decidere le campagne acquisti (o cessioni). Che prende a schiaffi i giocatori (Torino, 6 gennaio e 28 marzo, prima Toro poi Juve). Che li "avverte" fuori dal campo di allenamento (è accaduto al laziale Baronio alla vigilia dell'ultimo Lazio-Inter, "dovete perdere altrimenti...").
Che si dichiara "contro il calcio moderno" e intanto stringe la presa sul business. La descrive bene il pm milanese Luca Poniz, questa trasformazione, quando firma la richiesta di rinvio a giudizio per la cupola (in 7 dietro le sbarre) dei "Guerrieri", il gruppo che ha cannibalizzato la curva Sud milanista sotto l'egida del pluripregiudicato Giancarlo Lombardi detto "Sandokan", imprenditore in Ferrari: "Sotto la copertura di una sedicente organizzazione di tifosi - scrive - il metodo scelto rispondeva a una logica prettamente criminale, del resto coerente con il profilo di Lombardi". Anche qui, come a Roma con Lotito, a Torino con la vecchia dirigenza della Juve o con Cairo presidente del Toro, gli ultrà si sono messi in rotta di collisione con i club. Scrive ancora Poniz: attraverso "un chiaro atteggiamento intimidatorio nei confronti della società Ac Milan, l'organizzazione inseriva nei rapporti con il club l'utilizzo di metodologie riferibili alla criminalità comune". La strategia si chiama "condizionamento ambientale". Lanci in campo di bengala, estorsione ai danni di dirigenti, contestazioni mirate, agguati ai giocatori all'aeroporto, per strada, al ristorante.
Ma le società sono sempre e solo vittime? Secondo il sociologo Alessandro Dal Lago - autore del celebre saggio "Descrizione di una battaglia: i rituali del tifo" - la risposta è no. "Gli ultrà hanno la complicità dei club, che data la situazione non chiara di dissesti finanziari avrebbero interesse a ricevere aiuti dal governo, e le violenze potrebbero mascherare questi aiuti o renderli accettabili". Violenze sempre più spesso decise a tavolino. È il capo della polizia Antonio Manganelli, settembre del 2008, a certificare la presenza della camorra dietro gli ultrà napoletani giunti a Roma con un treno "preso" con le maniere forti. Mastiffs, Niss ("Niente incontri solo scontri"), Masseria Cardone. Sono i padroni del San Paolo, dove i clan della Sanità e dell'alleanza di Secondigliano hanno costruito negli anni solide roccaforti. Zone franche, luoghi di potere. Gli stessi appaltati dai gruppi che comandano le curve romane: Padroni di casa e Boys (Roma), "In basso a destra" e "Irriducibili" (Lazio). Gli stessi per i quali a Milano si è molto adoperato Lombardi, uno che nel suo curriculum (rapina, lesioni, estorsione, tentato omicidio mediante armi da fuoco) vanta pure una performance cinematografica: l'anno scorso ha interpretato se stesso, un capo ultrà, nel film "L'ultimo ultras" di Stefano Calvagna, regista e protagonista, già ultrà laziale misteriosamente gambizzato fuori da un teatro romano qualche anno fa e poi finito in carcere.
Date che si incrociano. Movimenti strani. Il 23 settembre 2009 in un consiglio di zona milanese va in scena un incontro sul tema del tifo organizzato. È l'occasione per un vertice a tre tra Giancarlo Lombardi, Franco Caravita, leader storico della curva interista, e Christian Mauriello, rappresentante dei Viking della Juve. Il dominus, secondo la Digos di Milano, è sempre Lombardi. Il quale dopo aver conquistato coi suoi gorilla la curva del Milan, sarebbe intenzionato a continuare su larga scala. La fase due del progetto prevede l'estensione della penetrazione criminale alle altre curve. In primis quelle di Inter e Juve. Che vogliono dire tanti soldi. Le rivalità storiche si sotterrano nel nome degli affari. E negli affari si può convivere. Fa niente se ogni tanto ci scappa una sparatoria. Come il 17 ottobre 2006, a Sesto San Giovanni. Vittima un ultrà di 32 anni, agguato ascrivibile - secondo la Procura di Monza - alla scalata della curva rossonera. Così si muovono oggi i nuovi ultrà.

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