IL PUNTO DEL LUNEDI' - CARMELLINI: "Di Francesco non può diventare l'alibi per la squadra" - CAPUTI: "La Roma sta pagando la strategia della società" - MURA: "I primi colpevoli sono i giocatori"

La penna degli Altri
lunedì, 10 dicembre 2018 alle 15:03
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LAROMA24.IT - L'ennesimo pareggio contro una 'piccola' ha avuto l'effetto di far ripiombare nello sconforto una tifoseria e sperava in un weekend in cui la Roma avrebbe potuto rosicchiare qualche punto in classifica alle dirette concorrenti per il quarto posto, ma così non è stato. "
Dopo un terzo posto e una semifinale di Champions la Roma ha pensato bene di smontare la squadra" è il pensiero di Massimo Caputi, che imputa alla società gran parte della responsabilità per i risultati ottenuti finora dalla squadra. Tiziano Carmellini invece punta il dito contro i giocatori: "E' vero che nel calcio paga sempre l’allenatore, ma mai come questa volta la società deve essere brava a non far diventare il tecnico un alibi per una squadra che si deve assumere le sue responsabilità".
La posizione di Di Francesco tuttavia sembra ormai compromessa, almeno secondo Ruggero Buffoni che indica in Antonio Conte l'unico nome in grado di far tornare a sognare i tifosi: "oggi il sogno dei tifosi non è più lo scudetto, ma l'ingaggio di un allenatore top. L'unico libero su piazza è Antonio Conte, uno che al Chelsea percepiva 10,5 milioni l'anno: pur avendo voglia di tornare in pista, quanto sconto può fare l'ex ct a Pallotta?".
Ecco i commenti di alcuni degli opinionisti più importanti della stampa, pubblicati sulle colonne dei quotidiani oggi in edicola.
LA REPUBBLICA (G. MURA)
Turno di campionato con vista sulla Champions. Bene Juve e Napoli, maluccio l’Inter, male la Roma. La vista non è tranquilla per tutte e quattro.
Per Juve e Roma, sì: nel loro girone la qualificazione non è una speranza, ma una certezza. Non dovranno attendere un favorevole incrocio di risultati. L’Inter, anche battendo il Psv , deve fidarsi della serietà del Barcellona col Tottenham. E nel girone del Napoli, già battezzato in partenza come il più spinoso, può ancora succedere di tutto. Ma alcuni segnali per Ancelotti sono positivi: il recupero di Ghoulam, dopo un anno di guai, il rendimento di Milik, che a Liverpool non partirà titolare ma può sempre servire.
Anche il Milan annusava aria di Champions: una vittoria sul Torino lo avrebbe portato a un solo punto dall’Inter. Niente da fare, a San Siro è finita 0-0 dopo una partita che non sarebbe dispiaciuta a Gigi Radice: molto fisica, massimo impegno per portare a casa il risultato pieno. Nei due tempi il Toro ha dato il massimo nei primi 20’, e mentre Sirigu non è andato oltre l’ordinaria amministrazione Donnarumma ha dovuto superarsi dopo 6’ per respingere un colpo di testa di Iago Falque e, più tardi, una conclusione di Belotti. Il Torino corre a ritmi difficili da reggere per 90’. Uno che trovi dappertutto è Rincon. Quando rallenta lui viene fuori il Milan e viene fuori piuttosto bene, ispirato da Suso e da un Bakayoko in crescita. Piuttosto bene ma incapace di buttarla dentro, nonostante molte occasioni. Un salvataggio quasi sulla linea di Djidji, mira sbagliata di Higuain, Suso, Cutrone: sua l’occasione più netta, a 4’ dal termine, al culmine dell’assalto milanista. Il risultato è giusto, anche se delude tutt’e due le squadre. Tanto per cambiare, espulso Mazzarri: non so i modi usati, ma aveva ragione Mazzarri: c’era fallo su Zaza. Dettagli. Come la posizione di Higuain, centravanti vagante ai lati, lavoro che prima spettava a Cutrone.
Turno, infine, che fa suonare campanelli d’allarme su quella che era una specialità del nostro calcio: saper difendere un gol di vantaggio. Non ci è riuscita la Lazio con la Samp: avanti al 96’, raggiunta al 99’.
Non sono bastati due gol al Sassuolo: 3-1 alla Fiorentina, poi Benassi all’89’ e Mirallas al 96’. Peggio ancora la Roma a Cagliari: avanti di gol, raggiunta da Sau al 96’. Dal 2-0 al 2-2 le era già capitato in casa col Chievo, ma a rendere paradossale, o quasi comica, questa rimonta c’è il particolare che il Cagliari giocava in 9 contro 11. E un gol in contropiede su rinvio del proprio portiere non si becca nemmeno in serie D. Più colpevoli i giocatori dell’allenatore. Bentornato a Prandelli, in panchina dopo 8 anni. Per come si era messa con la Spal (Criscito espulso dopo 10’) il pareggio vale quasi come una vittoria.
IL MESSAGGERO (M. CAPUTI)
Con il doppio pareggio subìto in fotocopia, allo scadere e in superiorità numerica, Roma e Lazio hanno certificato le loro difficoltà e i loro limiti. Le due squadre, diverse per caratteristiche tecniche e tattiche, hanno lo stesso problema: pagano le strategie sbagliate delle società. In un campionato in cui, dopo anni di latitanza, Inter e Milan si presentavano decisamente più attrezzate e agguerrite, Roma e Lazio hanno pensato bene di peggiorare, anziché migliorare, le loro squadre. Un errore evidente, emerso con chiarezza nelle prime 15 partite. Difficile condividere il presidente Lotito quando si dichiara convinto di avere una “Ferrari”, scaricando tutto sulle spalle del tecnico. Inzaghi per primo sapeva come quella passata fosse stata una stagione irripetibile. Voleva rinforzi adeguati,ma chi è arrivato, a eccezione di Acerbi (al posto di de Vrji) e Correa (in sostituzione di Felipe Anderson), fino ad ora non ha portato alcun valore aggiunto. OltretuttoMilinkovic Savic e Luis Alberto, forse sopravvalutati, oppure demotivati per lamancata cessione, sono dei fantasmi. Dopo un terzo posto e una semifinale di Champions la Roma ha pensato bene di smontare la squadra. Giusto “svecchiare” vendendo Strootman e Nainggolan, ma affidarsi ai giovani o comprare calciatori poco adatti al gioco di Di Francesco (tipo Pastore e forse lo stesso Nzonzi) è stato un azzardo, o una presunzione, le cui conseguenze e la confusione sono evidenti. Roma e Lazio hanno ancora tempo per non abdicare alle milanesi, ma la storia insegna che chi è costretto a inseguire non può concedersi ulteriori passi falsi.
IL TEMPO (T. CARMELLINI)
Non sparate sul pianista. Anche perché sarebbe inutile, visto che un’alternativa di livello al
momento non sembra apparire all’orizzonte. Eppoi, possibile che un pareggio (pur se
assomiglia a una sconfitta) maturato in quel modo, può essere davvero addossato all’allenatore. No, verrebbe da dire proprio di no. Piuttosto da analizzare sarebbe il fatto che situazioni e ribaltoni di questo tipo continuano a sommarsi e siamo almeno al quarto episodio stagionale: troppi. Questo è il vero problema e su questo forse Di Francesco, che meglio di chiunque altro conosce i meccanismi mentali della squadra, dovrebbe riuscire ad intervenire: cosa che non sta accadendo. Poi è vero che nel calcio paga sempre l’allenatore, ma mai come questa volta la società deve essere brava a non far diventare il tecnico un alibi per una squadra che si deve assumere le sue responsabilità: come farebbe qualsiasi lavoratore. In questo senso il gruppo, seppur falcidiato da infortuni e ricadute ( sulle quali pare banale pensare sempre alle stesse cose: preparazione e trasferte estive… ma dai), sta
tradendo la fiducia dei suoi tifosi prima ancora che della società e del tecnico che alla fine probabilmente sarà l’unico a pagarne le spese. No questo gruppo deve dimostrare di essere da Roma, di meritare la maglia che indossa, di risalire fin dove dovrebbe stare. Siamo per principio contrari alla soluzione «ritiro punitivo», ma ventuno punti in quindici partite sono un bottino indegno per questa rosa di giocatori che nonostante le assenze aveva ancora il tasso tecnico necessario per portar via i tre punti da Cagliari: perché contro la squadra di Maran priva anche di Pavoletti e Barella devi vincere anche senza Dzeko e De Rossi. Serviva un segnale, chiaro e la società lo ha fatto arrivare alla squadra ed è palese che da qui in
avanti non si faranno più prigionieri. Già a partire dalla sfida di mercoledì in Champions ( pur senza senso per la classifica), i giocatori dovranno dimostrare di aver capito la lezione e di essere in grado di invertire la rotta. Perche' domenica sera il posticipo contro il Genoa all’Olimpico sarà uno spartiacque fondamentale... e non solo per Di Francesco.

LEGGO (R. BUFFONI)
I rumori di fondo, intorno a Di Francesco, ci sono sempre stati in questi 17 mesi sulla panchina della Roma. Mormorìì diventati chiacchiere, poi ancora bisbigli, fino al coro di oggi. Silenzio assoluto solo dopo l'impresa col Barcellona, che portò la Roma alla semifinale di Champions. Sette punti nelle ultime sette partite, con una sola vittoria (4-1 alla Samp), hanno sbattuto la Roma in un insopportabile limbo di metà classifica, lontano anni luce dalla Champions.
Oggi il sogno dei tifosi non è più lo scudetto, ma l'ingaggio di un allenatore top. L'unico libero su piazza è Antonio Conte, uno che al Chelsea percepiva 10,5 milioni l'anno: pur avendo voglia di tornare in pista, quanto sconto può fare l'ex ct a Pallotta? Tanto più che Monchi dalla scorsa stagione ha avuto mandato di varare la linea riduzione monte ingaggi.
Se Atene piange, Sparta non ride. Anche la Lazio con la Samp ha incassato un 2-2 grottesco. Inzaghi ha fatto appena meglio del collega romanista: 10 punti nelle ultime 7 e resta aggrappato ai bordi della zona Champions. Alla Lazio nella polvere è finito Milinkovic, mister 150 milioni a luglio e oggi offeso con striscioni razzisti. Del caos capitale ne approfitta Milano, che sentitamente ringrazia.
GAZZETTA DELLO SPORT (L. GARLANDO)
Giornata di rimonte shock nel recupero. Dopo le romane, l’ha subita il Sassuolo con la Fiorentina. L’Atalanta ha approfittato dei tanti pareggi per agguantare Roma, Sassuolo e Parma. Tre gol di Zapata a Udine. La Dea ha giocato sempre bene e faticato spesso a segnare: se ha trovato il centravanti buono, aspettiamocela molto in alto.

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