Il dirigente pattinatore del 1956 e la crema anti-neve di Cerezo

La penna degli Altri
sabato, 13 febbraio 2010 alle 10:25
IL ROMANISTA (M. IZZI) - Quando mi è stato chiesto un pezzo sui precedenti tra la Roma e la neve, mi è venuto immediatamente alla mente il volto sorridente e luminoso di Giorgio Capotondi, dirigente giallorosso che l’11 marzo 1956 venne incaricato dalla Roma di effettuare il giro di campo assieme all’arbitro Orlandini che avrebbe ratificato l’impossibilità di disputare il derby. C’è un filmato di quel momento così inconsueto,
Olimpico innevato, da sempre, mi riporta alla mente la sua storia, perché Giorgio Capotondi, per arrivare a compiere quella passeggiata nel deserto di neve dello stadio dei centomila aveva dovuto sopravvivere al deserto di fuoco di El Alamein. Aveva infatti combattuto quella battaglia tremenda agli ordini del Conte Marini Dettina, futuro grande presidente della Roma. Due romanisti di ferro, proiettati dalla follia della guerra voluta dal fascismo in un incubo. Sopravvissuto a quell’inferno, si era rituffato con entusiasmo nella vita grazie all’affetto della sua famiglia e all’amore per la Roma. Da dirigente, la sua occupazione più grande era quella di cercare Lojacono e Orlando, due ragazzi che lo facevano impazzire e che trovavano sempre mille espedienti
per sfuggire ai rigori e alla noia dei ritiri. Giorgio Capotondi se n’è andato alla vigilia della partita con il Livorno, del 20 febbraio 2005 (l’anno dell’ultima nevicata su Roma ), sul letto d’ospedale, fino all’ultimo chiedeva notizie della Roma, della condizione della squadra. Francesco Totti, per ricordarlo, prima dell’inizio della gara depose un mazzo di fiori sotto la Tribuna Monte Mario, calpestando quelle stesse corsie che quasi 50 anni
prima, questo grande dirigente aveva percorso sotto la più bella bufera di neve che il calcio capitolino ricordi.
Continuo nella mia disordinata cavalcata della memoria e ho appena il tempo di ricordare la nevicata del 9 marzo 1958. Pochi fiocchi da menzionare solo perché sulla panchina della Fiorentina, ospite nella tana della Lupa, sedeva un certo Fulvio Bernardini. Il passo successivo lo dobbiamo ai ricordi personali di Fabrizio Grassetti, presidente dell’Unione Tifosi Romanisti: «Il 9 febbraio del 1965 Roma venne completamente ricoperta dalla neve. Conservo delle foto bellissime di quella giornata, fu veramente un fenomeno straordinario. Mentre le strade sparivano sotto la bufera mi trovavo in centro. Mi fermai pensieroso e la mia futura moglie mi chiese a cosa stessi pensando: "Chissà se con questo tempo domenica potremo giocare contro la Sampdoria?". Cinque giorni più tardi, però, non ci furono problemi, e vincemmo con un gol di Giancarlo De Sisti».
Paradossalmente l’altro volto caro alla storia romanista che istantaneamente mi riporta alla mente la neve è quello di Tonino Cerezo. Che centra il fuoriclasse di Belo Horizonte con i candidi fiocchi venuti dal cielo? E’ presto detto. L’impatto del brasiliano in Italia fu simile allo sbarco di un marziano sul raccordo anulare. Abituato a calzare scarpini di tela di jeans, per il nostro eroe doversi adattare alle calzature europee fu un autentico calvario. Un handicap importantissimo per un calciatore, che fa della sensibilità nel tocco di palla una priorità, eppure il problema più grande fu rappresentato dal freddo, un vero tormento, figurarsi quando per la prima volta a Reggio Emilia, Cerezo dovette fare i conti con la neve. Si giocava in Coppa Italia, il 22 febbraio 1984, il brasiliano era preoccupato per la temperatura e cercava un aiuto. C’erano in quel periodo dei calzettoni riscaldati con le pile, ma non erano granché, perché compromettevano la sensibilità del piede. Il brasiliano finì per spalmarsi una pomata che doveva emanare calore e non fargli sentire nulla. Durante la partita tutto bene, riesce a giocare senza avvertire fastidi. Rientrato negli spogliatoi, però, quando già è nella doccia inizia ad urlare: «Vado a fuoco!». Si era determinata una reazione di intenso bruciore perché la pomata era un prodotto capsico e avrebbe potuto continuare a rilasciare calore anche per giorni.
Il grande Cerezo, sopravvissuto alla disavventura, sarà ancora a tu per tu con il “generale neve” il 13 gennaio 1985. La sera prima del match contro il Torino un’intensa nevicata cadde sull’Olimpico, Dino Viola, telefonò ad Eriksson per sapere quale fosse lo stato di forma della squadra: «Stiamo bene presidente, speriamo di giocare». Il Senatore mise insieme una task force di spalatori che liberò il terreno di gioco, la gara si giocò e i nostrivinsero con la rete di bomber Pruzzo. La nevecontinuò a portare bene anche nel 1991, quando la primavera giallo-rossa dovette interrompere la semifinale del Viareggio contro l’Atalanta. La ripetizione, infatti, vide il successo giallo-rosso e il successivo trionfo nella competizione.

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