Giuseppe Giannini, il Principe, ha rilasciato una lunga intervista al quotidiano sportivo. Ecco le dichiarazioni dell'ex giocatore e capitano della Roma: dalle parole sulla sua esperienza in giallorosso fino a quelle sul suo idolo, su Totti e su Dybala.
Che cosa vuol dire essere romanista e simbolo della Roma in una città come Roma?
(ride) «In poche parole è difficile spiegarlo. Diventa semplice capirlo nel momento in cui vedi uno come me, che è stato un punto di riferimento per i tifosi, fermato per strada per un abbraccio e una foto. Essere romanisti significa anche rappresentare la Capitale, e nessuno, neanche nel posto più sperduto del mondo, può dire di non conoscere la Capitale e, di conseguenza, l'AS Roma».
Per lei, romano, cosa ha significato vestire la maglia giallorossa?
«Un obiettivo centrato sin da bambino. Ogni volta che entravo sul prato dell'Olimpico con la divisa della mia squadra del cuore mi sembrava davvero di toccare il cielo con un dito».
E quanto bisogna essere corazzati per portare, sopra quella maglia, la fascia di capitano e il numero 10?
«Soprattutto per indossare la fascia, ci vogliono un carattere e una personalità speciali. Molto forti. Il carattere e la personalità che hanno dimostrato i vari Di Bartolomei, Bruno Conti, De Rossi, Totti, e che oggi rivedo in Cristante e Pellegrini. La maglia e tutto il resto rappresentano una grande responsabilità e proprio per questo devi dare qualcosa in più. E se non ci riesci sotto il profilo tecnico, ti tocca sotto quello del comportamento».
Quella personalità lei l'aveva innata o se l'è costruita col tempo?
«Io già da bambino ho capito di avere qualcosa in più degli altri, perché mi assumevo delle responsabilità che magari non mi spettavano, come calciare un rigore al posto di un compagno che non se la sentiva. A scuola era lo stesso: se il gruppo faceva uno scherzo un po' più pesante, io mi assumevo la colpa senza nascondermi dietro agli altri. Diciamo che nella vita e nel calcio non mi sono mai tirato indietro, ci ho sempre messo la faccia».
A proposito di 10: quali sono i più grandi nella storia della Roma?
«Per numeri, Totti. Poi Di Bartolomei e De Sisti. Io mi metto al quarto posto, per la romanità, e al quinto piazzo Dybala, anche se sulla schiena porta il 21».
Cosa le piace di Paulo?
«Il fatto che giochi con grande semplicità. Riesce sempre a uscire da ogni situazione di gioco, anche la più complicata. Pure quando è circondato da due o tre avversari è capace di destreggiarsi in qualche modo e venirne fuori palla al piede. È un giocatore che ha fantasia, colpi di genio. E si vede che, quando gioca, si diverte. Quando un campione riesce a giocare divertendosi, trascina anche i tifosi, che si immedesimano in lui».
Se lei potesse tornare sul campo, cosa ruberebbe a Dybala e cosa invece gli regalerebbe di sé?
«Gli ruberei il piede sinistro, ma gli darei il mio destro».
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Lei è stato l'idolo del giovane Francesco. Siete stati compagni di squadra e, in ritiro, pure di stanza.
«Prima di una trasferta, un compagno che non si era sentito bene era stato depennato all'ultimo momento dall'elenco dei convocati e al suo posto era stato aggregato Totti. Ma in hotel non c'era una camera singola e l'unico che dormisse da solo in una matrimoniale ero io. Era stato mio padre a portare Totti dalla Lodigiani alla Roma, quindi non avevo problemi a farlo dormire con me. Non gli feci pesare il mio ruolo di capitano, ma mi guardava senza parlare. Era timido. Abbiamo giocato a carte e siamo andati a dormire. Lui, tempo dopo, mi disse che quella notte non aveva chiuso occhio, ma non potrei giurarlo perché io invece riposai sereno».
Le chiedeva consigli?
«No. Capì subito come comportarsi nello spogliatoio per non mettere in difficoltà i compagni. Fece in fretta a conquistarsi la stima di tutti, a partire da mister Mazzone».
Il suo idolo da bambino, invece?
«L'argentino Mario Kempes. L'avevo eletto a modello per il modo di giocare e per i capelli lunghi, che infatti ho portato allo stesso modo. Mi piaceva perché era forte tecnicamente ma era anche "cattivo". E poi io ho iniziato nel suo ruolo, attaccante. Ero un'ala sinistra. Dopo Kempes, il mio modello è diventato Agostino Di Bartolomei».
La volta in cui è stato più orgoglioso di indossare il giallorosso e quella invece in cui più si è sentito a disagio?
«L'unico momento in cui sono stato in difficoltà, chiamiamola "difficoltà", è stato quando, venuto a mancare il presidente Dino Viola, da capitano fui incaricato di depositare un mazzo di fiori sulla sua poltrona all'Olimpico, alla prima partita allo stadio senza di lui. Ecco, quello fu un momento molto complicato dal punto di vista emotivo: ero molto legato al presidente e alla sua famiglia, in particolare alla moglie Flora. Mi sentivo pieno di dolore e preoccupato di non sbagliare nessun gesto. È stata l'unica volta in cui avrei preferito non essere capitano. Al contrario, l'occasione in cui più sono stato fiero di essere romanista e del mio ruolo nella squadra, fu il 20 marzo del '94 a Foggia. Arrivavamo da una serie di risultati negativi e avevamo contro il Foggia di Zeman, che andava a 200 all'ora. Andammo sotto di un gol, io segnai quello del pareggio. L'1-1 finale ci diede fiducia, mettemmo insieme quattro vittorie di fila e a fine campionato arrivammo a un soffio dalla qualificazione alla Coppa Uefa».
(Gasport)