Diego & il Faraone: le ali della libertà

La penna degli Altri
giovedì, 02 novembre 2017 alle 12:18
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IL MESSAGGERO (A. ANGELONI) - Due anime dello stesso ruolo; due anime separate, unite nella stessa squadra per nome di Eusebio. Uno è Stephan, l’altro è Diego. Eusebio è Di Francesco, il normalizzatore che ha adattato El Shaarawy a destra e ha reso Perotti Hazard. Boom!! Si forse è presto per i grandi paragoni, ma questo ha fatto l’allenatore in pochi mesi: ha tolto i musini, o ha tolto la leggenda che c’era dietro a quei musini. Nell’epoca recente, c’era chi non voleva giocare in un ruolo ma ne preferiva un altro, possibile? Possibile. Ora questi problemi non ci sono, spariti, evaporati, dimenticati: nella Roma si accetta l’alternanza, tutti si sentono dentro, e chi deve sacrificarsi in un ruolo diverso da quello che ha scritto nell’anima, lo fa. E senza problemi. Senza musini, appunto. Ed ecco che El Shaarawy disegna la sua miglior performance giocando sulla fascia opposta a quella di suo gradimento. E non è il solo: prendi Nainggolan che si sbraccia a si danna, corre, cuce e scrive calcio per tutti, non fa golma che importa. Un assist (gol ElSha), un assist (quasi gol, Manolas), un tiro in porta (quasi gol, bravo Courtois). Mezz’ala no, per carità. E allora? Magia, firmata Eusebio, con Nainggolan che ci mette del suo, ovvio. Perotti non è più quello bello come un quadro di Van Gogh ma che non capisci. Diego sta diventando un calciatore di sostanza, che fatica e ricama. Fa anche gol. Bel gol. Due, Diego e Stephan, per un ruolo lo scorso anno, due anche in due ruoli quest’anno, quasi un miracolo. Sembra passata una vita da quando si raccoglievano i rumors sulle discussioni del vecchio allenatore, prima con El Shaarawy, tenuto fuori lo scorso anno a Torino, proprio perché a destra non si trovava bene, e poi con Perotti, con discussione accesa a Crotone. Con Di Francesco non sta accadendo per ora, perché in questi mesi è stato capace di coinvolgere tutti e di averli tonici al momento giusto. Perché El Shaarawy le sue panchine le ha fatte, così come Diego, ma nessuno mette il muso.
SCORE PER DUE – Il Faraone in campionato 5 volte è partito titolare, tre dalla panchina, una volta non è entrato proprio e una era infortunato, mentre in Champions due volte titolare e due è subentrato, tra campionato e coppa 677 minuti, cinque i gol, tutti all’Olimpico e tutti sotto la Nord. Perotti, invece, in Champions ne ha saltata una per infortunio e ne ha giocate tre da titolare, in campionato sei volte nell’undici iniziale due volte è subentrato e una è rimasto in panchina, minuti totali 825, due le reti, una in campionato (su rigore) e una con in Champions. Ora sembrano fratelli, che volano sulle ali della libertà e festeggiano l’uno i gol dell’altro. Diego poi, che mette una mano nel sedere del compagno dopo la seconda rete a Courtois è diventato un tormentone del web. Guardatelo se potete. Fa sorridere.
COSA MANCA – Adesso tutti e due devono correre verso la continuità, non rendere unica, anzi isolata, la prestazione contro il Chelsea. Tutti e due hanno spesso fatto vedere grandi cose a intermittenza, chi per un motivo, chi per un altro. Spesso entrambi per infortuni vari. Le loro doti tecniche vengono esibite da sempre, da quando erano ragazzini, con uno, Diego, che sognava di essere Maradona e l’altro un misto tra Kakà e Sheva. Per ElSha c’è in piedi anche il discorso Nazionale, più di Diego, convocato solo ultimamente da Sampaoli. Il Faraone si è tolto la soddisfazione di dare un dispiacere a Conte, suo ct all’Europeo in Francia. In quel periodo Stephan era un po’ ai margini di quella Italia, perché non riusciva a tirare fuori il meglio di sé, specie in allenamento: i test raccontavano di un ElSha che correva meno degli altri. Stavolta si allena bene, è cresciuto e riesce a mischiare una grande dose di colpi alla sostanza, che ormai ogni allenatore pretende. Perché, per difendere come difende la Roma, c’è bisogno di un lavoro massacrante degli attaccanti. Diego e Stephan hanno cominciato a farlo. Ed entrambi ora corrono: sempre suquelle famose ali della libertà. E prima l’ala era una sola. Non bastava.

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