Da Novara arrivò Mornese. E lo scudetto

La penna degli Altri
giovedì, 03 novembre 2011 alle 7:32
mornese
IL ROMANISTA (M. IZZI) - Scusate se inizio con un aneddoto personale che può interessare il giusto, ma quando penso al Novara, di getto mi viene in mente il mercato di Porta Portese.
Un tifoso della Roma a Porta Portese non trova granché, in quanto le cose più belle se le accaparra Gabriele Pescatore che dice di alzarsi presto la mattina e invece, secondo me, dorme lì. Comunque, a Porta Portese continuo ad andarci (e si, perché potrebbero esserci dei doppioni che Gabriele lascia sulle bancarelle) e un bel giorno, cinque o sei anni fa, mi trovo tra le mani uno splendido gagliardetto del Novara, con il nome di Edmondo Mornese tutto ricamato a mano. Ora Mornese è stato una grande bandiera del Novara (ci ha giocato per 12 stagioni, tornando da allenatore nella stagione 1948/49), ma soprattutto, per noi tifosi giallorossi, è stato un alfiere della Roma Campione d’Italia 1941/42. Ed ecco dunque che torno a casa con il gagliardetto del Novara sotto il braccio, con l’ignaro titolare della bancarella che mi guarda tra il perplesso e il compassionevole. Comunque sia, la storia del viaggio tra Roma e Novara di Edmondo Mornese, è proprio da raccontare. Nato ad Alessandria, Mornese, a 19 anni, milita nello Sparta, una piccola società del novarese fondata da Enrico Patti. Ha già un’intelligenza tattica straordinaria. Non è, infatti, un difensore classico che spazza in tribuna, il suo stile di gioco, con un mezzo secolo di anticipo sui tempi, lo porta a tenere palla e reimpostare l’azione.
Il senso del passaggio lo spinge a non cercare sistematicamente le ali, come fanno tutti i centromediani di quell’epoca, ma a smistare la palla secondo un disegno cesellato, imprevedibile. Mornese, insomma, è un regista difensivo, ma lo possiamo scrivere adesso, nel 2011, perché negli Anni 30, non sapevano neanche come definirlo. Fatto salvo Fulvio Bernardini (ma quello era un extraterrestre, non un giocatore di calcio), Mornese era un talento più unico che raro. Dodici anni trascorsi a Novara (dove approdò nella stagione 1929/30, cimentandosi per 8 stagioni in serie B), però, lo trasformarono in un combattente con il coltello tra i denti. Mornese era un “cane che non mollava l’osso”, tanto che quando Amadei seppe cheera passato alla Roma esultò: «
Finalmente non me lo ritroverò più contro. Non mi lasciava una palla». Ecco dunque che nell’estate del 1941 per 117.500 lire, il capitano e la bandiera del Novara, il simbolo della squadra, passa alla Roma. Edmondo ha già 31 anni, a Novara sono convinti di aver lasciato partire un calciatore giunto ormai al capolinea della carriera. A portarlo in giallorosso è stato Vincenzo Biancone. Si tratta di un’operazione di retroguardia. Come centromediano, infatti, il tecnico Schaffer aveva indicato i nomi di Gallea e Allasio del Torino.
Mornese è solo un ripiego, il terzo di una lista di giocatori da saldo. Il destino volle che in quella stagione la prima gara ufficiale, dopo cinque amichevoli non propriamente esaltanti, vedesse la Roma recarsi proprio a Novara, allo Stadio Comunale del Littorio per affrontare, nei sedicesimi di Coppa Italia, la squadra locale. Mornese faceva naturalmente parte dell’undici titolare della Lupa. Il cronista di quella gara scrisse: «Non ricordiamo di aver mai visto, malgrado un forte ventaccio che ha soffiato per tutta la partita, una gara così spettacolare come quella odierna dove una serie infinita di curiosi episodi ha caratterizzato l’infiammata contesa»
. Tra gli episodi, anche una clamorosa traversa colpita dal romanista Di Pasquale, ma alla fine, durante i tempi supplementari la spunta il Novara. Eliminata dalla Coppa Italia, messa alla berlina dalle amichevoli precampionato, la Roma sembrava avviarsi verso il disastro. Da lì (12 ottobre 1941) a due settimane sarebbe iniziato invece un torneo trionfale, condotto quasi sempre in testa dai giallorossi. In tutto il girone d’andata, forse, l’arma decisiva a disposizione di Schaffer sarà proprio Mornese, straordinario nel creare una situazione di vantaggio avanzando sino a centrocampo, per poi affidare il pallone a Coscia o ai velocissimi Krieziu e Amadei. Mornese che aveva lasciato l’amata Novara (ma ci sarebbe tornato e i più anziani tra i tifosi locali lo ricorderanno ancora intrattenersi in lunghe discussioni calcistiche al Caffè Barlocchi, sino ai primissimi Anni 60), ottenne in cambio il premio più ambito, quello scudetto che lo avrebbe consegnato alla storia del calcio italiano e alla leggenda romanista.

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