Sospiri, gradoni, vedove e piacioni

In The Box
di zuma
venerdì, 26 novembre 2021 alle 13:26
dzekozaniolo
LR24 (AUGUSTO CIARDI ) - Il Gerovital milanese di Dzeko frena il percorso di morte clinica di una malattia che affligge Roma da almeno mezzo secolo. La malattia dei sospiri. Il bosniaco voleva andare via da quasi quattro anni. Straordinario attaccante, molto meno che ordinario per attaccamento, il Chelsea nel gennaio del 2018 non gli garantì, per ragioni anagrafiche, l'anno in più di contratto che aveva chiesto; poi la Juventus e l'Inter, due volte a testa, ci misero poco a convincerlo. L'opposizione alla sua cessione ha retto fino a quando ha potuto o ha dovuto. Negli anni, Dzeko è rimasto perché non soddisfacenti le proposte di ingaggio che gli recapitavano, o per offerte troppo basse formulate per il cartellino, ma anche per difficoltà nel reperire il sostituto. Nel frattempo cresceva il suo stipendio, fino a cifre da capogiro per un calciatore di terza età che veniva pagato da un club in apnea finanziaria. Alla fine ci è riuscito, se n'è andato, e via libera al nuovo focolaio. A ogni gol in maglia nerazzurra, a ogni stoica reazione a eventi avversi, un mega sospiro rimette in circolo il virus per le strade della città. La capitale delle vedove sfila in corteo. È una festa mesta, coi necrologi travestiti da corsivi a fungere da coriandoli.
D'altronde Roma è la piazza mediatica in cui a ogni risultato negativo si invocano Boniek Direttore generale, Zeman Gran Maestro dei Gradoni, Francesco Rocca cerimoniere delle doppie sedute, Falcao Gran Visir dell'impero e Völler sindaco. In attesa di nuovi risultati negativi di Mourinho, per lanciare le candidature di Daniele De Rossi allenatore e Totti presidente, nel solco della migliore tradizione ruffiana, piacionesca e speculativa tipica di queste latitudini, che immaginando il futuro prossimo sfrutta sempre i nomi più amati per fare breccia, mica per amore o per convinzione, soltanto per fare terra bruciata al presente con la mozione degli affetti. Peccato per chi cade nel tranello e si fa contagiare.
Se esistesse un vaccino e avesse già debellato la malattia dei sospiri, in questi mesi si accompagnerebbe con fiducia la crescita di Tammy Abraham, come fa già la stragrande maggioranza dei tifosi. Invece no, si sospira in punta di penna a ogni azione di un attaccante più vicino ai quaranta che ai trenta, che qua a Roma negli ultimi mesi ne dimostrava cinquanta, indolente fino al fastidio, sfastidiato come uno stanco purosangue tormentato dalle mosche che in campo si veste da ronzino. Se poi Dzeko fa doppietta, ci si chiede se non sia stato ceduto troppo in fretta, dimostrando di non conoscere per niente la vicenda che lo ha riguardato, ma tanto alle figuracce non bada più nessuno.
Niente di nuovo laddove si spulciano i tabellini per capire se Lamela abbia fornito assist con la rabona o se Schick sia pronto per scalzare Lewandowski sul trono dei bomber della Bundesliga. Il passato non si dimentica. Ce ne siamo accorti, grazie assai. Abraham è materia in via di formazione, nobile di natura, sta crescendo, mostra ancora dei limiti, ma pure tanti ed evidenti margini di miglioramento. Non avrà forse mai il fiuto di Gerd Muller, ma non si capisce perché debba infilarsi fra le scapole la croce costruita dalla valutazione del suo cartellino. Sette gol stagionali, una serie da collezione di pali, sbracciate, errori grossolani, generosità e indicazioni calcistiche di Mourinho che sta seguendo alla lettera. Poco più di tre mesi di stagione tutt'altro che da dimenticare. Ma si preferisce guardare a Milano, per sospirare a ogni gol di Dzeko.
Se non addirittura invidiare al Napoli Osimhen (auguri), che nei suoi primi dieci mesi italiani rese la metà rispetto al primo trimestre dell'inglese. E che è stato pagato quasi il doppio dell'attaccante prelevato dal Chelsea. Per fortuna che Abraham l'italiano ancora non lo capisce, sperando che i suoi interpreti selezionino sempre ciò che intendono tradurre. Giusto il tempo di fargli comprendere che parte dell'opinione pubblica non ce l'ha con lui per questioni personali. È soltanto positiva a una malattia che non reca danni irreparabili. Ma che rende terribilmente noiose le discussioni. Banali e ripetitive.
In the box - @augustociardi

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