LR24 (A. CIARDI) - La Roma per sette anni ha potuto al massimo sognare di giocare in Champions League. Qualche volta ci ha provato, tentando rimonte difficili basate su rincorse a perdifiato. Una chimera. Sogni infranti con Ranieri, che raccolse una squadra in coma. Vorrei e forse ce la farei ma non posso, quando con Mourinho nei finali di campionato la rosa si riduceva all'osso e si facevano i calcoli col pallottoliere per la scelta dei titolari, perché bisognava dosare le energie in vista di una semifinale o di una finale europea. Poi, quattordici mesi fa, l'annuncio: Gian Piero Gasperini è il nuovo allenatore della Roma. Reazione emotiva: quella di molti tifosi che non lo sopportavano. Legittima. Reazioni sproloquianti di una fetta di addetti ai lavori: quelli che non lo consideravano vincente, come se vincere una Europa League e portare cinque volte in nove anni l'Atalanta Bergamasca Calcio in Champions League fosse una cosa normale.
Incompetenti. Reazioni col fiele in corpo: quelle di un'altra fetta di addetti ai lavori, che vedevano in lui un ostacolo per il mantenimento dei rapporti privilegiati con dirigenti, paradirigenti e maestranze di Trigoria. Malinconici. Reazioni fantasiose: quelle di chi spiegava i successi atalantini col doping. Pittoreschi. Velo pietoso. Gian Piero Gasperini. Che in quattordici mesi non solo ha portato la Roma al terzo posto, nonostante Massara, Ferguson e Zaragoza. Ma che a fine settembre del duemilaventisei permette ai tifosi della Roma di mangiarsi le mani dopo un pareggio con l'Inter, perché sul due a zero la squadra non ha chiuso la partita contro i campioni d'Italia. La Roma prima in classifica dopo il primo segmento di campionato. Gian Piero Gasperini, quello a cui hanno provato ad appiccicare etichette di prepotente che consente a gente poco raccomandabile di avvicinarsi a Trigoria. Triste destino di chi è costretto a dare un senso alle giornate spiando gli altri dal buco della serratura, aspettando la ricezione di scatti rubati da inoltrare.