LR24 (A. CIARDI) - Opinabile è stato il lavoro di Tiago Pinto nella Roma. Inconfutabile invece che sia stato chiaro, onesto e comprensibile quando provò a spiegare la difficoltà per gli uffici finanziari e dirigenziali dei club nell'interpretare alla lettera le cervellotiche norme legate agli accordi con l'UEFA e al Fair Play Finanziario. Materia oscura per gli allenatori, d'altronde fanno un altro mestiere. Gasperini credeva in ciò che poi non si è concretizzato, Ranieri prima di lui, sia da allenatore sia da consulente del presidente, disse in pochi mesi tutto e il contrario di tutto. Persino Mourinho ci ha sbattuto la testa capendo che la Roma aveva vincoli mutevoli nel tempo. In questo magma di regole da interpretare, accordi da negoziare, rinvii, multe ed escamotage, c'è una categoria che ritiene con presunzione di avere la verità in tasca. Quella dei saccenti sapientoni che, addirittura con mesi e mesi di anticipo, ritengono di conoscere l'ammontare della cifra da incassare per realizzare le plusvalenze imposte da Nyon, sanno quali calciatori verranno venduti, indicando ogni anno nel trenta giugno, ops trentuno luglio se c'è il mondiale, la data entro e non oltre la quale le cessioni dovranno essere certificate, senza se e senza ma. E se le previsioni risultano sbagliate, (ogni anno vengono disattese), sono pronti a rilanciare annunciando strali infuocati per l'anno successivo.
Al netto delle beghe di quartiere e delle baruffe chiozzotte, l'unica certezza risiede nell'iniquità di un sistema quantomeno ambiguo e che ha fallito gli obiettivi, messo in piedi a Nyon una ventina di anni fa. I padri fondatori del Fair Play Finanziario furono Jean-Michel Aulas, storico patron del Lione, ed Ernesto Paolillo, uomo di banca, già dirigente dell'Inter di Massimo Moratti, eminenze in ambito finanziario. Buoni gli intenti, pessimi i risultati. Si voleva fortificare e rafforzare un equilibrio che non aumentasse il divario fra i club. La spinta veniva dai top club europei, che all'epoca sentivano forte la minaccia degli ex oligarchi russi che irrompevano nel mondo del calcio (il primo fu Abramovich).
I risultati sono sotto gli occhi di tutti, hanno sortito l'effetto contrario, la forbice fra i top club e i comuni mortali si è allargata, i primi sono sempre più ricchi e le loro squadre sempre più forti, e i nuovi paperoni (dopo i russi sono arrivati prima i cinesi e poi gli arabi) hanno messo soldi senza soluzione di continuità, mentre chi cerca di attenersi alle regole finisce nel mirino dell'agenzia delle entrate continentale, si infila in un tunnel senza uscita, e ogni anno è costretto a fare i conti col pallottoliere per fare quadrare i bilanci.