Fonseca: "Inaccettabile giocare in Russia, Infantino pensa solo ai soldi. Il premio FIFA per la pace a Trump? Vergogna"

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martedì, 24 febbraio 2026 alle 11:42
paulo fonseca
L'EQUIPE - Paulo Fonseca, ex allenatore della Roma e ora alla guida del Lione, ha rilasciato un'intervista al quotidiano francese e tra i vari temi trattati ha ricordato la sua esperienza in Ucraina durante gli attacchi della Russia e si scagliato anche contro il presidente della FIFA Gianni Infantino e Donald Trump. Ecco le sue parole:
«Giocheremo contro la Russia a Mosca mentre gli ucraini non possono giocare sul proprio territorio? Il Paese invaso non può disputare le competizioni europee in casa propria e la Russia sì? Per me è inaccettabile. Il calcio non può risolvere tutti i problemi, ma può contribuire a portare più giustizia nel mondo. Eppure il presidente Infantino fa la stessa cosa del presidente Trump. Guarda agli interessi economici e dimentica le persone».
Il premio FIFA per la pace assegnato a Trump?
«Sapete cosa ho provato quando l'ho visto? Vergogna. È così triste, il calcio non merita questo. È una vergogna. La verità è che noi, che amiamo il calcio, preferiremmo che la Coppa del Mondo si tenesse altrove e non negli Stati Uniti. Non in questo momento. Gli attacchi contro l'Ucraina stanno diventando sempre più estesi e mortali. Speravo che, col tempo, le cose sarebbero cambiate, ma da quando Trump è tornato al potere e ha promesso una pace rapida, la situazione è peggiorata drasticamente. È terribile, molto difficile da accettare. Pochi giorni dopo aver portato i nonni di mia moglie in Portogallo, la loro casa è stata completamente distrutta. Non rimane nulla della loro città, vicino a Donetsk. Avremmo bisogno di più leader come Macron, l'unico che non ha avuto mai timore di affrontare la Russia».
Il legame con l'Ucraina?
«Amo Kiev, amo l'Ucraina. Vorrei tornare lì per lavorare, per aiutare questo Paese, per sviluppare il calcio, che ha un potenziale immenso. Mi piacerebbe molto tornare ad allenare la nazionale o tornare allo Shakhtar. Sento che, in un certo senso, devo ripagare tutto quello che mi hanno dato».
Il suo ricordo degli attacchi russi?
«Il nostro appartamento è all'ultimo piano. Alle 5 di mattina sento il rumore delle bombe sulla città, un rumore che non dimenticherò mai. Il traffico era bloccato perché tutti cercavano di fuggire. Mi chiamò un amico dello Shakhtar invitandomi a raggiungerli in un hotel del proprietario del club che ha un bunker. Lì abbiamo trascorso una notte, con De Zerbi che all'epoca allenava la squadra. C'era tutto il club, una sessantina di persone. Eravamo terrorizzati. Il giorno dopo l'ambasciata del Portogallo ci mise a disposizione un minibus e siamo partiti senza neppure le valige, con altre persone. Fu un viaggio di trenta ore verso la Moldavia, tra le sirene antiaeree e le scorciatoie per evitare le truppe russe, senza cibo e con poca benzina. Solo passata la frontiera ci sentimmo al sicuro».

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