Jeandupeux: "Garcia mi ricorda Ancelotti"

La penna degli Altri
sabato, 21 settembre 2013 alle 10:00
CORSPORT (F. PATANIA) - Ha 64 anni. Si chiama Daniel Jeandupeux, è un signore del calcio. Ex attaccante, ha segnato gol a grappoli anche in Ligue 1 con il Bordeaux. E’ svizzero, vive a Tolosa da vent’anni. E’ stato il ct della Svizzera alla fine d
Jeandupeux direttore sportivo, Garcia allenatore, Rongoni preparatore atletico. Ci racconta com’è nata la triade a Le Mans nell’estate 2007?
«Rongoni l’ho portato in Francia perché aveva lavorato con il mio amico Roberto Morinini a Lugano. Chiuso quel ciclo di lavoro in Svizzera, stava cercando una nuova sistemazione. Lo conoscevo bene, è un eccellente preparatore atletico, decidemmo di prenderlo. Ha una personalità fortissima, ha studiato molto, è convinto che la parte fisica sia determinante nel calcio. Non smette mai di lavorare. E ha bisogno di avere accanto un allenatore con una personalità altrettanto forte, altrimenti si rischia che la preparazione prenda il sopravvento sulla parte tecnica e tattica del calcio. Ma è bravissimo. Ha lavorato con Hantz, l’attuale tecnico del Bastia, e con Garcia. (...)
Quanto conta la preparazione atletica nei successi di una squadra?
«Tanto, ma non è tutto. Vi spiego. Andai più volte a Torino per seguire gli allenamenti della Juventus. La prima volta rimasi colpito dal lavoro di Ventrone. Ma quando sono tornato ho capito quale fosse il valore aggiunto da Lippi, che non a casa qualche anno più tardi è diventato campione del mondo con la nazionale italiana. Puoi anche essere il primo nella preparazione atletica, ma poi servono i buoni giocatori per arrivare ai risultati.(...)
Poi è arrivato Garcia.
«Rudi voleva costruire un suo staff, ma io gli ho negato questa possibilità. Ero e sono convinto dell’idea che una società debba allestire un proprio staff in cui poi inserisce la figura dell’allenatore, altrimenti vanno via o vengono tutti insieme. Nel calcio occorrono la continuità e competenze affidabili. Garcia voleva portare un suo preparatore atletico da Digione, invece a Le Mans conobbe Rongoni».
Com’è stato il rapporto tra Garcia e Rongoni?
«Ottimo, direi. Anzi, eccellente. Hanno stabilito un bel feeling, esisteva stima reciproca, al punto che nell’estate successiva, quando Rudi ci disse che lasciava Le Mans, avrebbe voluto portarsi dietro Rongoni. Lo voleva al Lilla. In tandem hanno lavorato benissimo. Eppure anche Garcia ha studiato da preparatore e decide molto della parte atletica. Posso dire che per una società piccola come il Le Mans il 2007/08 è stata storicamente la migliore stagione in Ligue 1. Chiudemmo all’ottavo posto in classifica, non troppo lontani dalla qualificazione per l’Europa League. Purtroppo fu determinante un calo vistoso nella parte conclusiva del campionato».
Perché quel calo?
«Niente di tecnico o di atletico. Troppi giocatori in scadenza oppure alla terza-quarta stagione di fila con il Le Mans. Molti intravedevano la possibilità di partire a fine campionato per andare a guadagnare più soldi. Per Garcia fu molto difficile mantenere il livello di rendimento che la squadra aveva toccato nella prima parte della stagione».
Ci sono episodi o aneddoti legati a quella stagione di Rongoni e Garcia che ci può raccontare?
«Non posso dire molto. Come ex allenatore, ho sempre preferito assumere un atteggiamento defilato, restando fuori dallo spogliatoio. Come ho detto, insieme lavoravano bene. Rongoni ci fece acquistare diverse apparecchiature per migliorare la preparazione atletica. Garcia ha valorizzato diversi giocatori e ovviamente manteneva la leadership dello staff. Hanno trovato un equilibrio. Paolo ha molta voglia di fare, credo che all’inizio non sia stato facile, penso che alla fine ogni giorno abbia fatto quello che diceva Garcia».
Conosce molto bene Garcia. E come nacque la scelta di affidargli la panchina del Le Mans?
«Sì, anche perché l’ho allenato per una stagione quando giocava nel Caen. Era un discreto giocatore, non molto rapido. Ma suppliva con la velocità di pensiero. L’importante, nel calcio, è essere veloci con la testa. Era naturale che diventasse allenatore. Ho seguito la sua carriera di tecnico. A Digione ha lavorato quattro anni, facendo risultati eccellenti per un club non molto importante. Mi aveva colpito la sua positività, quel modo di restare sempre uguale a se stesso, senza farsi condizionare dai risultati. Puoi perdere due o tre partite di fila, oppure vincerne tre, ma non cambia niente. Se hai fatto bene o se hai fatto male, Rudi mantiene lo stesso atteggiamento. E ha sempre avuto la leadership della squadra. Con i suoi giocatori ha un rapporto speciale».
Qual è il calcio preferito di Garcia?
«Con il Digione ha fatto molto di più difesa e contropiede. A Le Mans aveva puntato su un possesso di palla a discreta velocità, non lento. Avevamo una squadra di buone qualità tecniche».
Perché andò via da Le Mans?
«Gli avevo fatto due anni di contratto, quello è stato un mio errore, avrei dovuto legarlo alla società con un accordo più lungo, che potesse durare. Arrivò la richiesta del Lilla. Era impossibile trattenerlo. Passava da una città di 150 mila abitanti a un club decisamente più importante».
Si aspettava una partenza così forte della Roma?
«No. Per me non è normale. Rudi lavora con il suo calcio, di solito ci vuole più pazienza che con altri allenatori, ma ha trovato un organico con tantissima qualità e poi si vede che sta funzionando il suo rapporto con i giocatori. La squadra si sta già formando. Poco alla volta, vedrete altro. Già nel secondo tempo di Parma si è capito quello che può fare Gervinho e come possa fare male agli avversari. Garcia è un ottimo allenatore perché ha pazienza ed è sempre positivo. Mi ricorda, come tipo di carattere e di personalità, Carlo Ancelotti. E poi sa cambiare l’abito tattico. A Le Mans avevamo iniziato con il 4-4-2, poi quando abbiamo venduto Grafite al Wolfsburg e ho preso Gervinho dal Beveren, è passato al 4-3-3. E’ un tecnico pragmatico, cura molto l’organizzazione tattica». (...)

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