«Volevo farmi amputare le gambe ma oggi sono pronto ad allenare»

La penna degli Altri
venerdì, 29 agosto 2014 alle 8:19
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IL TEMPO (M. COLLACCIANI) - Bello e possibile. E non ce ne voglia Gianna Nannini ma l’«impossibilità», quando si parla di Gabriel Omar Batistuta, esiste solo nella trasposizione onirica di alcuni suoi gesti atletici e nell’essere fuoriclasse a tutto tondo. Quindi, «impossibili» i suoi gol così come quegli occhi capaci di scrutare il mondo che a lungo è stato per lui quello degli avversari in campo. Con i malcapitati portieri sullo sfondo. Ma anche «possibile» l’aver mostrato la sua bellezza, unita a una vigoria fisica straripante, in un modo semplice, naturale e addirittura disincantato. Lo stesso che ha utilizzato per svelare al mondo un suo dramma, covato a lungo in un dignitoso silenzio: «Non riuscivo a camminare e per un mese, pur avendo il bagno a tre metri, urinavo a letto perché non avevo la forza di alzarmi. Non avevo più cartilagini, cominciai a pensare al peggio».
Non è un autogol, ma la rivelazione di un uomo sulla scia dei 46 anni, rimasto semplice, di un atleta che non si rassegnava all’idea di dover rinunciare alle leve della sua vita, quelle che «andavano da sole» e seminavano difensori e gioie, raccogliendo rabbia ed entuasiamo sparato a salve come su una PlayStation, col suo indimenticabile gesto della mitragliatrice. Che una volta trasformò «in corsa» in un assolo di chitarra dopo il gol decisivo in un Fiorentina-Juventus (1-0), nella stagione 1998-1999.
Insomma, un heavy metal con le scarpe bullonate e la musica nei piedi. Un’esultanza dopo ogni rete che aveva trasformato Batigol in una sorta di Rambo dei campi di calcio ma che adesso stenta a dischiudersi, al riparo della riflessione della maturità e del dolore, appena attenuata da un sorriso emulo dell’ironia. Beffarda.
Oggi che le cose sul piano funzionale vanno meglio, il Re Leone - altro nomignolo cresciutogli sulla testa come la sua chioma - si è messo di nuovo a disposizione della squadra, quella dell’onestà intellettuale, dei progetti di un uomo rimasto semplice e assolutamente disinteressato al concetto di invulnerabilità. Al punto di maurare un proposito: «Sono andato dal medico e gli ho chiesto di amputarmi le gambe. Vedevo Pistorius e pensavo che quella sarebbe potuta essere la soluzione migliore. Mi disse che ero pazzo, fortunatamente è andato tutto per il meglio».
Poi, per spiegare che il suo non è mai stato un bluff, ha aggiunto: «Il problema è che non avevo più cartilagini nelle caviglie e i miei 86 chili (all’epoca dell’attività agonistica ne pesava 74, per 186 centimetri d’altezza, ndr) erano sorretti solo dalle ossa. Ho fatto un'operazione per fissare le caviglie con delle viti e ho sentito molto dolore».
Comunque, è un Batistuta che vede la luce in fondo al tunnel: «La ripresa è stata lunga e piena di sofferenza, ma per fortuna adesso sto bene e ho potuto anche riprendere a giocare. Col golf va meglio ma a pallone - sorride con amarezza - me la devono mettere sui piedi, cerco di muovermi il meno possibile e gioco esclusivamente con over 50».
E ancora, un «fermo immagine» su quello che è stato il suo declino fisico: «Ho lasciato il calcio e da un giorno all’altro non riuscivo più a camminare. Avevo 38 anni». Quasi un auto-assist per passare ai progetti col desiderio di tornare nel mondo del calcio come allenatore: «Ho ricevuto tante offerte, ma prima non avevo la voglia che ho adesso», ha rivelato aggiungendo che il suo sogno sarebbe allenare «il Boca Jr o la Nazionale: ho già creato un nucleo tecnico nel quale ho inserito anche Chamot».
Ecco, la Nazionale. Inevitabile un flash-back sui Mondiali in Brasile. «Era tutto "apparecchiato" per la nostra squadra, a partire dal sorteggio molto favorevole. Se mi chiedi di Messi dico che, con tuttà onestà, mi aspettavo qualcosa in più da lui. Perché la gente da lui non si aspetta le cose ordinarie, deve essere decisivo e lui lo sa.D’altro canto, questa pressione è fisiologica con campioni del suo calibro». Insomma, i pensieri di Batigol vanno ancora a mille, a differenza delle gambe. E allora, ecco il passaggio di testimone: da metà agosto «corrono» quelle del figlio Lucas, seconda punta, classe 1996: si allena col Porta Romana, società fiorentina che milita nel campionato di Eccellenza. Cuccioli di Re Leone crescono.

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