Quella gomitata a Luis Enrique «Ero pentito dopo un minuto»

La penna degli Altri
venerdì, 28 ottobre 2011 alle 8:38
CORSERA (A. COSTA) - Il 9 luglio del 1994 a Boston Mauro Tassotti fu schierato da Arrigo Sacchi nell'Italia che, battendo la Spagna per 2-1 al termine di una tiratissima gara (gol decisivo di Robi Baggio all'88'), si guadagnò la semifinale del Mondiale americano contro la Bulgaria. Con lui, quel sabato, c'erano tra gli altri l'allenatore della Juve Antonio Conte, il vicepresidente federale Demetrio Albertini, l'opinionista di Sky Billy Costac
Mauro, ha più incontrato Luis Enrique da quel pomeriggio americano di 17 anni fa?
«Ci siamo rivisti una volta in occasione di un'amichevole estiva tra Milan e Barcellona. Lui giocava ancora, io ero assistente di Ancelotti. L'allenatore del Barcellona era Rijkaard. Mi pare fossimo a Washington».
Le dà fastidio che ogni tanto questa storia torni a galla?
«Purtroppo è una cosa che è diventata parte integrante della mia carriera. Ho fatto una stupidata... Una grossa stupidata di cui ero già pentito un minuto dopo. Sapevo che questa vicenda sarebbe uscita visto che ora lui allena la Roma. Ero pronto».
Ma quale fu la ragione di quel gesto?
«Nella carriera di un calciatore ci sono episodi fortunati ed episodi sfortunati. Non potrai mai sapere come andrà a finire un'entrata su un avversario. Di sicuro non c'era premeditazione, è stata una cosa istintiva. Cercavo di guadagnare una posizione in area, ricordo che il finale di quella partita era concitato, gli spagnoli volevano il pareggio a tutti i costi. Mi sono sentito tenere per la maglia e ho allargato il braccio».
In maniera pesante.
«Credo di avere pagato per quel gesto. Mi dispiace per lui. So di avere fatto male a un collega in un contesto importante come un Mondiale».
Arrigo Sacchi, il c.t. di allora e suo ex allenatore ai tempi del primo Milan di Berlusconi, le disse qualcosa?
«Nulla. Mi diedero 8 giornate di squalifica, quella fu la prima volta in cui venne utilizzata la prova tv. Può immaginare come possa sentirsi uno che ha preso una mazzata di 8 giornate. E dire che non ero neppure un ragazzino».
Fu in effetti la sua ultima partita in azzurro.
«Quel Mondiale avrebbe comunque significato la fine della mia breve avventura con la nazionale. Quando stavo bene ed ero giovane non mi hanno mai chiamato. Ci sono arrivato a 33 anni perché serviva un giocatore con le mie caratteristiche».
Ma tra lei e Luis Enrique non c'è mai stato un tentativo se non di pacificazione, almeno di chiarimento?
«Ho cercato di chiarirmi con lui quella volta a Washington, non ricordo che anno fosse, ma era arrabbiato e alla fine non ce n'è stata la possibilità. Io lo capisco, è nel suo diritto non accettare le mie scuse».
Domani all'Olimpico, prima di Roma-Milan, potrebbe essere finalmente la volta buona. Una vostra stretta di mano si trasformerebbe in un bel messaggio per questo calcio paranoico.
«Se mi capiterà di incrociarlo, volentieri. Io sono disponibile a fare la pace, a chiedergli scusa. Sono sempre stato disponibile. Però posso comprendere che lui possa rifiutare la mia stretta di mano».
Anche ora che sono trascorsi così tanti anni?
«Anche ora. Quello in torto sono io».
A differenza di Luis Enrique che con la Roma ha spiccato il grande salto, lei ha scelto di rimanere nell'ombra. Un eterno secondo.
«Con l'eccezione dei primissimi anni della mia carriera nel settore giovanile della Lazio, non mi sono mai allontanato dal Milan. Sono sempre rimasto qui, non ho mai cambiato squadra. Ormai sono legatissimo a questo ambiente, a questi colori, alla città. Sono a Milano da 31 anni, non mi va di cambiare».
In pratica si sente milanese a tutti gli effetti.
«Questo è poco ma sicuro».
Ora come si comporterà se qualcuno dovesse chiederle ancora della gomitata a Luis Enrique?
«So che sarà inevitabile, non mi potrò sottrarre. Risponderò le stesse cose che ho appena detto a lei. Sono qui, a espiare le mie colpe».

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