A Roberto Mancini, in queste ore, deve essere venuto lo stesso «leggerissimo sospetto di essere antipatico a qualcuno» che colse Paolo Villaggio in una celebre prova d’attore. Accade infatti che nell’estate torrida dei Mondiali di Trump e Infantino, mentre gli altri giocano e Bosnia e Capo Verde superano persino il turno, si giochi anche dalle nostre parti con gli strumenti di Machiavelli. Ordire complotti, tessere trame, riaffermare - in fondo è sempre quella la questione - il proprio piccolo potere. L’occasione è la scelta del nuovo commissario tecnico, individuato dal neoeletto Giovanni Malagò in Mancini, osteggiato più o meno platealmente da tre o quattro presidenti dal non indifferente peso specifico per ragioni che con la ragione non hanno naturalmente niente a che fare. (...) Capeggiati dal più attivo e ascoltato della compagnia contante, Beppe Marotta, che pubblicamente si dichiara del tutto indifferente e al telefono con i suoi colleghi chissà, i presidenti stanno ponendo veti e minacciando barricate contro “il traditore jesino”. (...) La compagnia del golpe deve essere numericamente esigua perché ho la certezza che le dodici proprietà straniere coltivino ben altri pensieri e se ne strafottano del futuro della nostra Nazionale. Non a caso continuano a comprare gente da fuori trascurando il prodotto interno. Ve li immaginate Saputo, Friedkin, Commisso junior, Krause, Hartono, Sucu e gli altri che si mettono a discutere del ct italiano? Io no. (...) Sulla scelta del ct, Giovanni Malagò si gioca il primo patentino di credibilità e questo gli anti-manciniani non l’hanno considerato: l’ex presidente del Coni è - sì - un manager di relazioni, ma anche uno che non ama farsi condizionare e che a sua volta, se si percepisse ornamentale, sbatterebbe la porta alla maniera dello stesso Mancini. C’è un limite e quel limite, per decenza e contesto, non va superato. Mercoledì Malagò, che nell’agenda dei problemi da risolvere ha in cima alla lista le questioni arbitrali e la giustizia sportiva, nominerà i vicepresidenti (Calcagno e Simonelli): il suo primo consiglio e nelle ore successive scioglierà la riserva sul ct. (...) Siamo certi che da uomo forte, non solo non indulgerà a debolezze, ma riporterà la vicenda sul piano della realtà. Sarebbe infatti assurdo ricondurre la questione a una scelta puramente economica: il lavoro di professionisti come Conte e Mancini va pagato e quando una Federazione vuole trovare i soldi che non ha per soddisfare le richieste dell’allenatore impiega poco tempo. Non ha certo bisogno del contributo dei club. Spetta poi agli interessati dimostrare l’attaccamento ai colori e, nel caso del Mancio, una notevole sensibilità al percorso di “redenzione”. (...)
(corsport)