Luis Enrique, l'ora delle scelte drastiche

La penna degli Altri
lunedì, 31 ottobre 2011 alle 10:24
CORSERA (L. VALDISERRI) - Domenica sera, in conferenza stampa, dopo la terza sconfitta nelle ultime quattro gare di campionato, Luis Enrique Martinez Garcia si è offerto al plotone di esecuzione: «Io sono il massimo responsabile. Se un mio giocatore è distratto, è colpa mia».
C'è una colpa più grave, però, che l'asturiano non ha voluto dire perché altrimenti alla Roma si sarebbe aperto un processo pubblico. Luis Enrique è convinto di non essere stato sempre Luis Enrique al 100% e che quelli che altri hanno visto come segnali di maturità — meno possesso palla e più verticalizzazioni, «italianizzando» un po' il gioco; il progressivo ritorno in squadra di alcuni senatori; alcune parziali deroghe alla legge «gioca solo chi si allena al massimo» — siano stati in realtà di danno. Per questo ha deciso che, da Novara in poi, se dovrà affondare lo farà seguendo sempre e solo le sue idee. E con gli uomini che sono convinti fino in fondo del suo sistema di gioco e della sua idea calcistica.
Negli spogliatoi, domenica sera, Lucho ha alzato la voce: «Dobbiamo svegliarci, non possiamo perdere l'uomo su ogni situazione da fermo, non succede neanche nei campionati giovanili». Oggi pomeriggio, alla ripresa degli allenamenti, ripeterà il concetto facendo vedere — in pubblico e in privato — le azioni della gara in cui sono stati commessi gli errori più gravi. Con le partite della domenica, la classifica si è aggravata e ora la Roma è nella parte destra. Lucho dice di non guardarla, ma i tifosi sì.
C'è stato un momento, a inizio stagione, in cui l'allenatore asturiano sembrava un tagliatore di teste: Totti e Borriello in panchina a Bratislava; Totti sostituito da Okaka e Roma eliminata dallo Slovan; Cassetti provato solo centrale difensivo; Juan mai utilizzato; Taddei spostato in difesa e per di più a sinistra. Il gruppo storico, quello che con Spalletti aveva giocato grandissimo calcio e con Ranieri sfiorato uno scudetto, era stato bocciato. Giusta o sbagliata che fosse, quella era la valutazione di Luis Enrique e del suo staff. La vecchia Roma non era stanca, era morta.

Dal mercato sono arrivati tanti acquisti, molti giovani.
L'idea era trovare un equilibrio per farlo crescere, senza chiedere loro tutto e subito. Però l'operazione non è riuscita e la sconfitta contro il Milan è stata un punto di non ritorno. Taddei e Fabio Simplicio non erano stati neppure convocati. Juan è stato brutalizzato da Ibrahimovic sul primo gol e ha chiesto dopo 70' un cambio che è tolto a Luis Enrique la possibilità di giocarsi la carta Borriello nel finale. «L'anno scorso non si allenava ma giocava», aveva detto l'allenatore asturiano di Juan. Cassetti è stato la quarta scelta nel ruolo di esterno destro, dietro a Cicinho (fuoco di paglia iniziale), Rosi e persino Perrotta fuori ruolo. In tanti, qualcuno anche dentro la società, si erano chiesti come mai un giocatore importante anche per gli equilibri in spogliatoio avesse perso ruolo e posto. La prova di sabato ha rafforzato Luis Enrique nella sua idea iniziale.
Il problema non è l'età, ma il logorio fisico e la mancanza di «freschezza» mentale per accettare una nuova era. «Chi mi ha scelto conosceva il mio modo di intendere il calcio», ha detto spesso Luis Enrique. E chi lo ha scelto, adesso, deve aiutarlo ad andare fino in fondo. Altre strade non ce ne sono: una porta a un calcio davvero nuovo, l'altra all'addio di Luis Enrique. Restare in mezzo porterebbe inevitabilmente al fallimento della stagione romanista.

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