Il caso Porto-Doyen e la farsa della Fifa sulle TPO: multe ridicole, tutto regolare

La penna degli Altri
venerdì, 22 febbraio 2019 alle 2:39
brahimi
CALCIOMERCATO.COM (P. RUSSO) - La guerra della Fifa alle TPO? Una farsa. Noi di
Calciomercato.com ne abbiamo certezza da tempo, e di volta in volta riceviamo conferma. L'ultimo episodio che rafforza il nostro convincimento viene dalla sanzione comminata al Porto e resa pubblica attraverso un comunicato inserito in Fifa.com il 19 febbraio scorso.
Il testo rende noto che il club portoghese è stato sanzionato per avere violato le regole sulla third party influence, e che la multa ammonta a 50 mila franchi svizzeri. Che al cambio equivalgono a 44 mila euro. Come d'abitudine il comunicato non specifica il nome del calciatore coinvolto dall'ERPA (Economic Rights Participation Agreement, la formula tecnica utilizzata per la sigla di tali accordi), ma la stampa portoghese ha fatto presto a conoscerne l'identità. Si tratta del centrocampista offensivo franco-algerino Yacine Brahimi, il cui caso è stato giudicato emblematico della nocività che gli schemi di TPO comportano per le società calcistiche
Riepiloghiamo la vicenda per sommi capi. Il 22 luglio 2014 il Porto acquisisce Brahimi dal Granada (all'epoca controllato dalla famiglia Pozzo) per 6,5 milioni di euro. Soltanto due giorni dopo il club del Dragão ne rivende un quota dell'80% a Doyen Sports Investments per 5 milioni di euro. E già in questo passaggio salta all'occhio un dettaglio bizzarro: se il 100% di Brahimi è costato 6,5 milioni di euro, l'80% dovrebbe valere 5,2 milioni di euro. Ciò significa che il Porto ci rimette 200 mila euro in due giorni.
Non è ancora tutto, perché dopo la prima stagione trascorsa da Brahimi al Porto giunge una nuova transazione fra il club e il fondo d'investimento maltese diretto da Nelio Lucas. A giugno 2015 il Porto ricompra il 30% di Brahimi per 3,8 milioni di euro. Un capolavoro d'economia aziendale alla rovescia. Perché quando l'estate precedente l'80% di Brahimi era stato ceduto a Doyen per 5 milioni di euro, ne derivava che la quotazione complessiva data al calciatore fosse di 6 milioni di euro. Un anno dopo il Porto ne ricompra una quota, per una cifra dalla quale si desume che il valore complessivo sia di circa 12,7 milioni di euro. Dunque il Porto ricompra un asset che era suo per più del doppio rispetto alla cifra incassata al momento della vendita. Qualcuno obietterà: vero, ma ciò dipende dal fatto che nel frattempo il calciatore si sia valorizzato. Controreplichiamo: che cosa bizzarra, quando un club valorizza un SUO calciatore e questa valorizzazione gli costa anziché fruttare. Perché il meccanismo perverso è tutto qui: da un anno all'altro i diritti del economici del calciatore hanno visto più che raddoppiare il proprio valore (da 6 a 12,7 milioni di euro), e ciò significa che il Porto debba raddoppiare la spesa per riacquisirli in quota. Non è meraviglioso tutto ciò?
Dal 2015 molte cose sono cambiate. A partire dalla scomparsa di Doyen, che dopo le rivelazioni fatte da Football Leaks attraverso il consorzio European Investigative Collaborations (EIC) ha preferito eclissarsi. Il fondo maltese non esiste più nemmeno come sigla, e al suo posto è stata costituita una società denominata Kin.
Rimane invece lo strascico disciplinare dell'affare-Brahimi, e qui veniamo al punto. Per quell'accordo di TPO formalizzato fra il Porto e Doyen, la Fifa ha comminato una multa da 44 mila euro. Che se parametrata ai 5 milioni di euro incassati per la cessione dell'80% a Doyen, equivale a nemmeno l'1%.
Una sanzione ridicola, ma anche in linea con l'entità delle sanzioni irrogate in precedenza per casi analoghi. Questa sarebbe repressione del fenomeno? Pare piuttosto una regolamentazione sia pure indiretta. Il messaggio che passa, infatti, dice che se anche le regole sulle TPO vengono violate, il massimo rischio è vedersi sanzionati per una cifra inferiore a 100 mila euro. Un altro costo di transazione, certamente il più basso fra tutti quelli da affrontare per chiudere la trattativa.

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