LR24 (A. CIARDI) - Esistono i giudici dei sentimenti. Che valutano come ci si debba comportare e sentenziano di conseguenza. Si pongono su un piedistallo di materiale inesistente, impalpabile. Si appropriano senza motivo del diritto di giudizio insindacabile, usano presunto sarcasmo e dosi massicce di spocchia nelle valutazioni. Valutano gli altri. Mai se stessi. E questo è il punto. Si mostrano duri, puri, decisionisti, non influenzabili, tantomeno condizionabili. Stanno ingannando se stessi. Perché, in fondo, sanno di partire da una base di insicurezza insopportabile che tentano di mascherare. E provano a trasformare la loro essenza, che li turba, in severe censure. Si affacciano dalla loggetta di casa per giudicare gli altri. Non solo i modi ma anche le emozioni altrui. Accade in ogni ambito, anche nel calcio. Torna
Mourinho a
Roma, da avversario, e a montare sul piedistallo sono i detrattori, che indossano la toga da castigatori di costumi e di sentimenti. Pronti, col forzato sorrisetto sarcastico e sbeffeggiante, a fare le pulci a chi tiferà senza sosta la Roma e allo stesso tempo manifesterà affetto e riconoscenza a un allenatore che a Roma non ha lasciato vedovi, ha soltanto creato un rapporto simbiotico con un'enorme fetta di tifosi, che hanno semplicemente voglia di riabbracciarlo e di salutarlo per poi sperare che Gasperini gliene faccia quattro. Perché due anni e mezzo fa il distacco fu traumatico, uno strappo senza preavviso. Inutile spiegarlo a chi predica bene e razzola male, a chi per evitare confronti con se stesso e giudizi su se stesso sposta l'attenzione sugli altri. Secoli di studi sulla psicanalisi stabiliscono che quando il disturbo narcisistico della personalità (che comporta il bisogno continuo di attenzioni e di ammirazione, la necessità di manipolare le menti altrui per evitare che gli altri agiscano in modo non controllabile) si fonde alla chronic victim mentality (quello stato mentale di ossessiva necessità di celare se stessi puntando fari e critiche sugli altri, considerati perennemente responsabili dei propri turbamenti e dei propri fallimenti, volgarmente definita anche sindrome di Paperino, per cui a sbagliare sono sempre gli altri e la colpa è sempre del destino cinico e baro), l'effetto sono una presunzione e un'albagia ingiustificate, che inducono chi ne soffre a ritenersi, immotivatamente, migliori di tutti. In ogni ambito della vita quotidiana, a lavoro come nei rapporti familiari e interpersonali, persino nel tifo. Devono essere loro a stabilire come ci si comporta in curva e in tribuna, come si deve amare, chi si deve amare e odiare, e come si deve reagire quando chi è stato amato torna da avversario ma senza essere stato dimenticato. Secoli di esperienze di campo consigliano una sola risposta a tali soggetti: fateve li cazzi vostri, che forse non camperete cent'anni, ma probabilmente camperete meglio.