Il fotogramma

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giovedì, 03 febbraio 2011 alle 10:00
IL ROMANISTA (P. MARCACCI) - Il passato: un Brescia infarcito di ultratrentenni, come una classe serale di dopolavoristi a caccia del diploma tardivo: Possanzini che dieci anni fa poteva diventare una seconda scelta di Capello, Zebina che sembra lo zio di quello che centrava i cassonetti;
di dopolavoristi a caccia del diploma tardivo: Possanzini che dieci anni fa poteva diventare una seconda scelta di Capello, Zebina che sembra lo zio di quello che centrava i cassonetti; Zanetti che quasi non ricordavi che fine avesse fatto, Filippini che non ricordi mai bene quale dei due picchi di più l’avversario. Il futuro: troppo, almeno stasera, che nell’Olimpico vuoto echeggiano i toni entusiastici e le smentite, radiofoniche lacrime di coccodrillo dopo i dilettanteschi trionfalismi, stelle e strisce d’incertezza, miraggi di cammelli in lontananza. In mezzo, il presente, che sarebbe il più importante se non fossimo sempre così proiettati tra rimpianti e speranze, tra rammarichi e slanci d’ottimismo e paura, tra quello che non siamo riusciti ad essere prima e ciò che non vorremmo trovarci a rimpiangere tra qualche mese.
Tra un Brescia e l’altro, insomma, tra il lombrosiano Russo di Nola e l’imberbe De Marco, che se non tifa gli stessi danni comunque contribuisce a farti saltare i nervi quando avresti bisogno di appellarti alla lucidità residua per tentare di rimediare all’ennesimo vuoto di memoria. Primo tempo da Subbuteo, letteralmente e con lo stesso dinamismo, che non sai se quello di Inchini sia un arrocco o una Maginot di transalpina memoria; transalpini ce n’è uno dietro e un altro davanti che non vedi l’ora di vedere e infatti dopo l’intervallo di ciò che non è stato tocca a lui, senza rinunciare a nessun tenore: fuori il baritono Simplicio e talento al potere, anche se per squarciare il velo della serata incolore serve una spigolatura di Borriello che calcia come fosse un knock out di Tyson ai bei tempi andati. Sembra destino, nel cronometro che avvicina alla meta, nel sorriso di Rosella Sensi che omaggia un presente di riconoscenza e memoria, nel tabellone che avalla speranze e rapporti di forza. Quello che succede dopo inutile raccontarlo perché è come averlo vissuto già mille altre volte, che non è tanto una svista di Riise quanto quel soldo bucato che così spesso ci manca per fare una lira, quella virgola tra il vorrei e il non posso, che nel nostro caso somiglia più spesso a un non voglio.

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