Post Match - Il calcio darwiniano di Mourinho

Post Match
di zuma
venerdì, 21 aprile 2023 alle 15:04
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LAROMA24.IT (MIRKO BUSSI ) - Efficienza. E' la parola che Mourinho strofina sulla ferita aperta del giornalista olandese che, per di più, aveva appena ricevuto un beffardo souvenir della scorsa Conference League. Efficienza. Questo il fattore decisivo della partita, nel racconto dell'allenatore portoghese, uno da 12 semifinali europee in 22 anni da allenatore. Uno che, questo è indubbio, sa come si fa. E come ha fatto? Adattandosi, innanzitutto. Continuamente. Come ha insegnato Darwin, in fondo. Che "non è la più forte delle specie che sopravvive, né la più intelligente, ma quella che si adatta meglio al cambiamento". Tradotta per il calcio: "Non è la più forte delle squadre che vince, né la più intelligente, ma quella che si adatta meglio al cambiamento".
Perché la Roma ha vinto col Feyenoord? Perché più forte, forse. Più intelligente, chissà. Si è adattata meglio, di certo, a tutto ciò che una partita ti può tirare contro. Pianificazione tattica, strategia di gara, gestione dell'imprevisto, resilienza. Perché l'adattamento di cui si parla non è la semplice contrapposizione scacchistica di due sistemi di gioco. Vi rientra, per carità, ma come uno degli argomenti che compongono la complessità del calcio.
Basti pensare a tutto ciò che è capitato in 210 minuti trascorsi in campo col Feyenoord. La sete di rivalsa dell'avversario, l'infortunio di Dybala dopo 26 minuti, all'andata, con il rigore sbagliato da Pellegrini, il gol subìto, le sofferenze calcistiche, la traversa di Ibanez. Quindi il ritorno: Dybala fuori, l'infortunio di Wijnaldum dopo 20 minuti, un altro palo di Pellegrini, un altro anche di Ibanez, la rimonta accesa e poi spenta (per qualche minuto...) da Paixao a 10 minuti dalla fine. Resilienza, appunto. "Capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi". Capacità di adattarsi agli eventi della partita. Che determina la differenza tra le specie.
Una partita che il grafico degli "expected goals"
traccia in equilibrio per 80', da quando la Roma centra il pallone con appena 10 minuti di tempo ancora in tasca, diventa un'onda crescente quasi esclusivamente giallorossa. Da quel momento in poi, infatti, la Roma arriverà a toccare i 3,71 gol attesi, mentre al Feyenoord, rimpicciolito, resterà appena il rimpianto del tiro alto di Santiago Giménez al via del tempo supplementare. Si contano, almeno, 6 tentativi romanisti dall'1-1 alla fine del tempo regolamentare. Significa aver trovato, di colpo, il punto debole del Feyenoord? Difficile. Significa, di sicuro, essersi adattati immediatamente alla nuova, spiacevole, situazione di dover rimontare di nuovo.
Quell'onda che monta da fuori a dentro il campo e torna sugli spalti ancor più vigorosa per dare ulteriore spinta a chi vi è dentro in un ciclo d'ipertensione agonistica che ha finito per stritolare il Feyenoord. Che quando pensava di poter finalmente guardare oltre Tirana, tagliando la testa alla Roma all'80', si è a vederne spuntare un'altra, poi un'altra e un'altra ancora. Perché avere una forte religiosità tattica, in alcuni momenti, può per assurdo risultare controproducente, se di fronte hai una squadra ispirata da un allenatore che non ha alcun dio all'infuori da quello che può condurlo alla vittoria. Così, mentre una squadra vedeva sfaldarsi le proprie certezze nel non riuscire ad esibire i propri passi preferiti, tra capacità di costruzioni e pressioni offensive, l'altra montava continuamente, senza bisogno di sporgersi a seguire un rigido spartito prestabilito.
C'era Dybala, certo, a spingere il vento ancor più dalla parte della Roma. Ma c'era soprattutto una squadra tutta d'un pezzo di fronte ad un'altra che su una costruzione romanista ardiva la solita pressione offensiva, al 100° minuto. Un coraggio non corrisposto con l'altra metà del blocco che aveva ormai perso le corrette spaziature e tentava di sopravvivere in posizioni mediamente più basse. In questo contesto avviene il duello aereo vinto da Abraham, il colpo di testa ripulente di Dybala, lo scarto di Pellegrini, l'attento smarcamento fuori linea del numero 9, il passante rasoterra per El Shaarawy che facevano pagare a prezzo pieno il 4 contro 4 concesso. Questione di specie. Di adattamento, di resilienza. E di efficienza.

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