Roma "Capoccia del Pallone" è un concetto che il pensiero fa fatica a considerare. No, non solo quello degli esperti, dei naviganti nel mare dei pronostici. Degli ex calciatori e allenatori che, sollecitati a piè sospinto da tv, radio e giornali, infarciscono sentenze di fine estate, proiettate - beati loro - fino alla tarda primavera dell'anno prossimo. No, la Roma "Capoccia del Pallone" è lo Yin e lo Yang di una città, di due squadre, di qualcosa di incredibilmente lontano al punto da diventare fatalmente una cosa sola. Lazio e Roma lassù, tre per tre che fa nove, era qualcosa di impossibile solo a Ferragosto, quando Gasperini riempiva i silenzi del precampionato giallorosso con le scontate giaculatorie in materia di mercato. E quando, soprattutto nell'Olimpico desertificato dalla guerra tra Curva Nord (e non solo) e Lotito, la Lazietta di Gattuso, ancora sgualcito dalla gita in Bosnia, finiva sbertucciata all'alba della Coppa Italia da un perentorio 2 a 0 per mano del Mantova. In altri tempi sarebbe stata l'estate della loro vergogna; in un clima assai prossimo alla dismissione, tra la canicola agostana e l'indifferenza generale, la sconfitta è stata derubricata in fretta. [...] Così, mentre dall'altra parte l'onda lunga del brillantissimo finale della scorsa stagione celebrava la partenza lanciatissima della ciurma giallorossa, di qua ci si affidava al "basso profilo" al "testa bassa e lavorare", al "non possiamo essere quelli visti contro il Mantova". Due mondi agli antipodi che convergevano in un insolito compromesso storico calcistico dove, udite udite, l'Inter favoritissima finiva accerchiata da ciurme provenienti dall'interno del Grande raccordo anulare. Per molti, è bene sottolinearlo, si tratta di una congiunzione agonistica passeggera, frutto di un guizzo del destino che ha voluto riportare contemporaneamente in auge i fasti della Città eterna anche nelle cose pallonare. Del resto le differenze tra lo Yin di Trigoria e lo Yang di Formello (o cambiate l'ordine, fate voi), sono abissali. Non solo dal punto di vista strutturale, ma anche e soprattutto ambientale. Perché se oggi trovare un biglietto all'Olimpico quando gioca la Roma sta diventando uno status symbol, qualcosa da offrire nelle cene abbronzate e da mostrare come un miracolo, suscitando invidie sfrenate, quello della Lazio viene rifiutato manco fosse unto dal vaiolo. [...] La sfida è facile: chi, nelle torride giornate di agosto, ha perso tempo a leggere chi aveva a disposizione Gattuso e come avrebbe potuto gestire una rinascita condita dalla contestazione? Ecco, appunto. Meglio capire cosa voleva davvero Gasperini per puntare sempre più in alto, tra le richieste dell'esterno offensivo e quel "niet" alla cessione di Konè che ha fatto rabbrividire i Friedkin, generosi e un po' distratti proprietari della cosa giallorossa, finendo per far innamorare il popolo romanista del canuto uomo di Grugliasco. [...] Lotito tace e probabilmente (anzi, certamente) gode, mentre i texani dell'altra sponda, complice il fuso orario, imparano a vivere brunch sempre più deliziosi e immaginifici. Perfino sul fronte del nuovo stadio le differenze sono siderali: quello di Pietralata, periferia est della Capitale, procede con le proverbiali lentezze della burocrazia italica, ma procede. Quello della Lazio immagina a fatica quella che - in qualsiasi altra parte del mondo - sarebbe la soluzione logica: riportare in vita il bellissimo, centralissimo e abbandonatissimo stadio Flaminio. Sono le distanze dello Yin e dello Yang de noantri. Diventati in questo avvio di campionato, una sorprendente cosa sola.
(Il Foglio)