Ghini: "Ma che bello l'Olimpico senza violenza"

La penna degli Altri
lunedì, 08 marzo 2010 alle 8:14
massimo20ghini
IL ROMANISTA (M. MACEDONIO) - Un Massimo Ghini a tutto tondo quello che, all’indomani di Roma-Milan, si racconta al Romanista. La bellezza di uno stadio ritrovato, l’importanza dell’avvento di Ranieri sulla panchina giallorossa e tanto altro, passando per i giudizi tecnici e le speranze che nascono da una stagione in cui la squadra è tornata ad essere competitiva ai massimi livelli.
Che effetto ti ha fatto vedere settantamila persone all’Olimpico?
«Qualcosa che non vedevo da anni. Con quell’atmosfera che ti riconcilia con l’andare allo stadio in tutta tranquillità. Penso a me, che ci vado con i miei figli: Lorenzo, che ha 16 anni, eormai va da solo, in curva Sud, con gli amici. E Leonardo, che ne ha 13 e viene invece con me in tribuna. Anche se non so ancora per quanto. Sabato mi ha colpito anche il senso di sportività. Senza nessun isterismo. In uno stadio dedicato esclusivamente al divertimento. Un fatto importante, rispetto alla violenza che arriva dall’esterno, dove tutto è spesso motivo di delusione o grande tensione. Un bene quindi che una partita di calcio, al di là del risultato, torni ad essere soprattutto un’occasione per stare insieme. Magari fosse sempre così. Sarebbe la riprova che la violenza non è un destino, che allo stadio non è inevitabile».
Una Roma apparsa sabato forse un po’ stanca. Che idea ti sei fatto del suo momento attuale? «Conosco, da tifoso, il volto schizofrenico del romanista, con il passaggio dall’esaltazione alla cupezza e viceversa. Pur essendo stato un convinto sostenitore di Spalletti, che ringrazio per tutto quello che ha fatto, trovo che quello di Ranieri sia stato un arrivo fortunato. La squadra è la stessa di prima ma ha ritrovato quegli equilibri e quell’ostinazione che sembravano smarriti all’inizio dell’anno. E uno spogliatoio ricompattato, evidente anche sul campo. Se ripenso a come eravamo, e a ciò che rischiavamo, il “progetto Ranieri” ha rappresentato una vera panacea. E’ vero, la gara con il Milan ci ha detto di un momento di stanca. E’ mancata sicuramente la zampata, ma anche quella pressione che c’è quando è in campo il capitano».
Al di là del dispiacere per un obiettivo, l’Europa League, sfumato troppo presto, è possibile darne oggi una lettura in positivo in chiave campionato?
«Ha ragione Ranieri quando dice che non giocare più la coppa ci permetterà di lavorare di più sui giocatori che hanno bisogno di recuperare. Più manifestazioni si possono affrontare solo con una rosa ampia, come quella dell’Inter. Penso alla partita con i greci, quando nel momento topico della stagione ti sono venuti a mancare giocatori come Totti, Toni, lo stesso Pizarro. E la squadra, inevitabilmente, ne ha risentito. Perché, e penso a Pizarro, non hai un vero sostituto in quel ruolo. Senza nulla togliere a De Rossi, un giocatore stellare, o a Brighi. Perché non è questione di valori, ma di caratteristiche».
Hai parlato di progetto Ranieri. Va però dato merito alla società di averlo ingaggiato «Onore certamente alla famiglia Sensi. Quel che ho sempre detto è che se qualche critica andava avanzata verso la società era sul piano della comunicazione. E di avere avuto, talvolta, un rapporto con la tifoseria che rischiava di essere negativo. Un plauso quindi all’inserimento di Montali nello staff dirigenziale: certa gente che viene dal nord a noi a volte ci fa bene».
Cosa ti aspetti dalla squadra per questa stagione?
«L’obiettivo è la Champions, non si discute. Ce l’abbiamo a portata di mano e possiamo ottenerla. Poi, con calma, si potrà pensare alla società. I segnali positivi ci sono, come anche prospettive migliori. Penso all’azionariato popolare, che mi vede direttamente coinvolto, e a proposito del quale sento spesso fare dietrologie. Mi preme invece dire che dietro vi è solo un gruppo di persone interessate a un’idea associativa, partecipativa dell’essere tifosi. Che non è in contrasto con nessuno, ma cammina in maniera indipendentemente, parallela, senza prevaricare né sostituirsi ad alcuno, presente o futuro proprietario della Roma».
E l’augurio che fai al Romanista, che riparte da un nuovo direttore?
«Quello di chi è sempre stato un lettore di questo giornale, sul quale ha scritto anche più volte, raccontando la Roma da tifoso con la valigia in mano. Penso a quel ragazzo che incontrai alle due di notte a Soho, mentre chiacchieravo con Abel Ferrara: mi apparve dal fondo della strada, con indosso la maglietta della Roma. Mi avvicinai e lui, abbracciandomi, mi disse "Bella, Massimo!". Perché questa è la Roma. Ecco, Il Romanista esiste soprattutto per raccontare storie, che lo fanno essere un giornale non solo di sport, o di tattiche, ma in cui la gente possa riconoscersi e sentirsi partecipe di un progetto comune. Con l’augurio di buon lavoro a Carmine e a tutta la redazione».

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