Il calciatore americano che ha conquistato il Vecchio Continente

La penna degli Altri
martedì, 13 agosto 2013 alle 18:29
HOWLERMAGAZINE.COM (L. O'BRIEN) - Prima che arrivassi allo stadio Olimpico per il derby di aprile, alcuni ultras avevano già accoltellato 4 persone, aperto la testa di altri tifosi con bottiglie di vetro e terrorizzato il personale di un’ambulanza con sassi e petardi. Frammenti di pietra giacevano sparsi ai piedi dell’obelisco
Dentro lo stadio, oltre 50.000 tifosi laziali e romanisti. Le loro squadre lottavano per un posto in Europa League, per non parlare del primato cittadino. Il Derby della Capitale già prometteva d’essere uno di quegli incontri di altissimo livello, di quelli che rendono l’Europa un crogiolo per i migliori talenti del mondo. Era quel tipo di match che agli americani appare troppo poco frequentemente. E proprio per questo sono andato lì: vedere l’Americano.
Micheal Bradley è stato facile da trovare. Gambe lunghe, braccia corte, una corsa eretta, simile a quella di un gallo. Ha ottenuto diversi soprannomi in stile militare: “Generale” e “Marine”, ad esempio. La stampa italiana lo soprannominò Capitan America durante la stagione passata al Chievo Verona. Gli altri soprannomi, come Lex Luthor, Megamind e Alien, sono dovuti alla sua testa rasata, che è poi il suo tratto più facilmente riconoscibile.
Quando la Roma lo acquistò per 3.75 milioni di dollari nel 2012, qualcuno pensò si trattasse solo di un centrocampista Americano di 26 anni utile a far crescere il marketing giallorosso negli Usa. Ma Bradley presto si guadagnò un posto da titolare nello schieramento di Zdenek Zeman, lasciandolo giocare nella posizione di intermedio a centrocampo. Micheal giocò bene, a tal punto da far sembrare sacrificabile il più costoso Daniele De Rossi. A febbraio, comunque, Zeman venne esonerato e il ruolo di Bradley venne ridimensionato con Aurelio Andreazzoli.
Contro la Lazio, Bradley fu schierato a destra, con De Rossi al centro nel 4-3-1-2, nel tentativo di soffocare le ali biancocelesti. L’idea si perse proprio al fischio iniziale dell’arbitro e il centrocampo laziale ebbe subito la meglio. Al 16° il vantaggio della Lazio con Hernanes. Qualcuno vicino a me strillò: “Stronzo!”. Un altro: “Mortacci tua!”. Ah, il derby.
Nel secondo tempo la Roma giocò meglio e trasformò un penalty nell’1-1 finale. Ma la svolta tattica fu la sostituzione di De Rossi e il passaggio al modulo 4-3-3. Bradley si spostò al centro, in posizione di mediano. Per il resto della gara controllò l’area davanti la difesa, respingendo il centrocampo laziale, intercettando i passaggi verso gli attaccanti biancocelesti e assistendo il capitano Francesco Totti. Gli italiani hanno un termine per definire questo movimento: tergicristallo.
Ci sono molte parole a Roma per Micheal Bradley. La prima l'ho sentita da un uomo che lavorava in un Roma Store vicino al Colosseo. "Che ne pensa di Bradley?". "E' bravo, meglio di molti altri. E' puntiglioso". Ma il team manager della Roma Salvatore Scaglia mi ha detto: "No, non puntiglioso. Molto disponibile". Andreazzoli prima ha scherzato: "Fa schifo", poi ha aggiunto: "E' continuo e affidabile".
In Serie A, nella stagione appena trascorsa, Bradley ha completato 1205 dei 1348 passaggi totali. Con una percentuale del 89.4%, solo Zanetti e Behrami hanno fatto meglio di lui.
La stampa americana lo celebra con termini come "stoico", "coraggioso", "grintoso", "intelligente". Un centrocampista versatile: Bradley sa difendere, passare e, a volte, segna. E' inesauribile, specializzato nel lavoro sporco. Lui non è il miglior calciatore americano vivente, è semplicemente il più importante.
Bradley mi ha incontrato a Trigoria lo scorso aprile. Vive vicino Casal Palocco con la moglie Amanda e il figlio Luca. Se a Verona potevano uscire per una tranquilla passeggiata, a Roma Bradley deve chiamare i ristoranti per farsi riservare aree più intime dove mangiare il suo piatto preferito, la carbonara al tartufo. Al bar di Trigoria ordina un caffè. Lo prende come gli italiani: espresso.
Per gran parte della sua carriera, Roy Keane è stato il suo idolo. Da quando è in Italia il suo modello è Demetrio Albertini. "Ma è Totti il migliore con cui abbia mai giocato. Quando ci giochi insieme ti rendi conto che è un milione di volte meglio rispetto a quello che possa pensare". In una Roma sempre più globale, Bradley è parte integrante del piano. "E' un ragazzo internazionale, molto professionale. La gente lo ama", le parole del direttore del marketing Winterling.

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