Ulivieri: "Mantenete la calma e soprattutto Ranieri"

La penna degli Altri
venerdì, 22 ottobre 2010 alle 10:22
ulivieri
IL ROMANISTA (M. MACEDONIO) - «Come vedo Parma-Roma di domenica prossima? Semplicemente, non riesco a vederla. E’ una partita difficilissima da decifrare. Ci vorrebbe l’astrologo». Detto da Renzo Ulivieri, presidente dell’Assoallenatori, suona davvero come la conferma di quanto misteriosa sia la situazione in cui versa la squadra giallorossa.
Che idea s’è fatto della Roma, in un momento così delicato sia dal punto di vista tecnico che societario?
Da fuori, non è facile farsela. Più che un di momento critico, credo sia il caso di parlare di alti e bassi. Perché qualche prestazione positiva c’è stata. Penso alla gara con l’Inter. O anche a quella di sabato scorso con il Genoa. D’altronde questa squadra ha dei valori che non possono non venir fuori.
Sta di fatto che lo scontento, anche tra la tifoseria, è molto forte. E come spesso accade, il capro espiatorio sembra essere stato individuato nel tecnico.
E’ un pensiero, questo, che non farei mai. Di Ranieri, poi, si conosce il valore e, a mio parere, non c’è proprio discussione a riguardo. Le responsabilità, se ci sono, sono da dividersi tra tanti.
Come vanno gestite situazioni come questa?
Innanzitutto con la calma, la lucidità. E’ da questo che si riparte. Farsi prendere dalla frenesia di voler raddrizzare le cose sarebbe la cosa peggiore».
Lei ha parlato spesso dell’unità di intenti che deve, o almeno dovrebbe, esistere all’interno di uno
spogliatoio.

Il senso della squadra è questo. Poi, ci sta che, in mezzo a venti persone, qualcosa che non va ci sia sempre. Anche in situazioni normali. Figurarsi se si può pensare che così tante persone possano andare d’accordo per un anno intero senza che vi siano dei problemi. E’ un assurdo! E anche quando non lo si racconta, qualcosa che non va c’è comunque, sia che si vinca, sia che si perda. Ma è tutto nella norma.

C’è chi, a fronte di questa partenza stentata, ritiene di poter mettere sotto accusa la preparazione precampionato.

Non penso che c’entri nulla. Oggi, soprattutto, non è mai un problema di ordine fisico. I preparatori hanno raggiunto un livello tale di conoscenza della materia che è difficile che commettano errori da questo punto di vista.
Parma-Roma fu anche la sua prima partita da tecnico dei gialloblù nella stagione 2000/2001, quando fu
chiamato a subentrare al dimissionario Arrigo Sacchi all’ultima giornata del girone di andata. Che ricordi ha di quella partita, e di quella del 17 giugno, che vide la Roma conquistare lo scudetto?

Quella di ritorno non fu una partita ma solo una festa. Di quella di andata ricordo invece che per la Roma fece due gol Batistuta, ribaltando il risultato (il Parma era andato in vantaggio nel primo tempo con Di Vaio, ndr). Io però non potei sedermi in panchina perché ero squalificato (al suo posto andò Carmignani, ndr). Ricordo
anche che noi facemmo errori grossi. Ci fu una vera dormita di tutta la squadra in occasione di quei due gol: uno lo prendemmo addirittura su un fallo laterale da metà campo: palla lunga per Batistuta che a mise dentro al volo. E il secondo fu quasi la fotocopia del primo. Non dico che quella partita l’ha vinta da solo, perché
tutta la Roma ci mise sotto pressione soprattutto nella ripresa, ma di sicuro fu lui che mi impressionò maggiormente e credo che anche nei ricordi dei tifosi giallorossi quella partita resti una pietra miliare.
Se c’è qualcosa che le è sempre stato riconosciuto, al di là della professionalità come tecnico, è
l’impegno messo anche in ambito sociale e politico, che ha però sempre voluto tener fuori dal calcio. A questo proposito, non trova che la politica eserciti oggi un’ingerenza eccessiva nel mondo del calcio?

Non penso. E’ vero che gli stadi vengono spesso adoperati dai politici per fare passerella o per farsi inquadrare dalle televisioni. Ma non mi sembra si vada al di là di questo. Sono poi convinto che la politica,
quando è intesa come cori, slogan o strumentalizzazioni, negli stadi non ci stia bene. Anche se ogni nostro gesto è politico. Per cui, volendo, si può anche cominciare a parlarne. L’importante però è fare dei distinguo. E non di ogni erba un fascio. Il saluto a braccio teso, ad esempio, e quello con il pugno chiuso: vengono spesso
messi sullo stesso piano. E allora dico no, perché c’è differenza. Innanzitutto, per quella che è stata la nostra storia: uno è il saluto dei lavoratori e l’altro si sa bene che cosa ha voluto dire. Detto questo, ripeto che è un bene che tutto ciò non vi sia all’interno dello stadio. Anche se trovo che sia doveroso che, nella vita, ognuno di noi abbia un proprio credo politico ed un proprio impegno in tal senso. Non capisco quindi chi dice che se si è impegnati nel calcio non si dovrebbe avere delle convinzioni politiche. Credo che non sarebbe normale.
Lei, dopo essere stato anche assessore e consigliere comunale per il Pci, tanti anni fa, è oggi coordinatore di Sinistra, Ecologia e Libertà nella sua città, San Miniato. In un mondo, quello del calcio, in cui si ritiene che spesso l’orientamento politico dominante sia su un versante opposto.
Non è detto, e non è necessariamente vero. Personalmente, credo di essere sempre stato accettato. Magari non condiviso, ma ci mancherebbe! Non si può sempre essere condivisi da tutti. L’importante è credere nelle proprie idee.

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