J.Sergio: "Per parare uso la testa"

La penna degli Altri
mercoledì, 17 febbraio 2010 alle 8:53
IL MESSAGGERO (M. FERRETTI) - «Mi chiamo Julio Sergio, Julio Sergio Bertagnoli. Sono brasiliano, ma ho anche la cittadinanza italiana. E, ne sono certo, se non fossi stato comunitario, non sarei mai venuto a giocare in Italia. Difficilmente un club spreca un posto da extracomunitario per un portiere, giusto? Invece grazie al mio passaporto italiano, quattro anni fa sono arrivato a Roma; anzi, alla Roma. E adesso, finalmente, sono un uomo felice».
«
Fino a pochi mesi ero soltanto un professionista esemplare, si dice così?, ma non mi divertivo. Non giocavo, quindi non mi divertivo. Ora gioco e mi diverto. Un po’ come mi divertivo da ragazzino quando ho cominciato a giocare a pallone. Avevo sei, sette anni e, come tutti i bambini di quell’età, non stavo mai fermo e avevo sempre un pallone tra i piedi. Un giorno, però, capitai in un circolo sportivo vicino a dove lavorava mio padre, a Ribeirao Preto, la mia città, e per la prima volta vidi come si allenava un portiere. Tuffi, parate, un volo di qui, un altro di là. Avete presente quando un bambino resta con la bocca aperta per l’emozione? Ecco, quel bambino ero io. Da quel momento cominciai a fare il portiere, sotto la guida del professor Manga, il mio primo istruttore. La mia squadretta si chiamava Palestra e, di fatto, giocavo tutti i giorni. Il sabato c’erano le partite di campionato, poi allenamenti dalla domenica al venerdì».
«Ricordo che la mia prima maglia era arancione. Bella, bellissima. I miei fecero un piccolo sacrificio per comprarmi i guanti, ma lo fecero con piacere perché vedevano che il loro figlio era un ragazzino sempre con il sorriso sulle labbra. E pure bravino... A tredici anni venni tesserato dal Botafogo, Rio de Janeiro, e un anno dopo cominciai ad allenarmi con la prima squadra. E cominciai pure a pensare di poter fare del calcio un lavoro, il mio lavoro. Il mio punto di riferimento era Taffarel: sempre calmo, sempre sereno, sempre concentrato. Chi dice che i portieri devono essere un po’ matti forse non sbaglia. Un pizzico di follia non guasta. Ma un portiere deve esser soprattutto una persona che sa ragionare. Per sè e per gli altri. Ecco perché dico che la prima qualità di un bravo portiere è la testa. Un portiere di valore deve saper gestire tutte le situazioni. Con intelligenza. Io, ad esempio, in campo non mi sento mai solo, anche se il pallone è nell’area avversaria. Io so che c’è un pezzo di campo che è mio, e che devo gestirlo al meglio. Parlo della mia area di rigore, ovvio. Lì dentro io deve sapere sempre cosa fare, sia se il pallone ce l’abbiamo noi sia se ce l’hanno i nostri avversari. Ecco perché io mi sento sempre dentro l’azione della squadra, anche se stiamo attaccando noi e il primo avversario mi sta lontano quaranta metri. In campo parlo molto con i miei compagni. E li guido, perché ho la possibilità di vedere il campo, e quindi il gioco, meglio di loro. Loro spesso stanno di spalle rispetto alla palla, ce l’hanno dietro; io invece il gioco, il campo ce l’ho sempre davanti. E, per questo, devo aiutare i miei compagni a stare sempre in posizione. Loro si fidano di me, ma credo sia una cosa normale, quasi logica e scontata fidarsi del proprio portiere, dei suoi consigli. Io li muovo, li sposto, li correggo solo per il bene della squadra. Ecco perché in campo non mi vedrete mai sbracciarmi o prendermela con un compagno dopo un gol subito: non fa parte del mio carattere. Non critico chi lo fa, ma se il calcio è un gioco di squadra occorre ragionare di squadra. Nel bene e nel male».
«Gli avversari a me non fanno mai paura. E non soffro di solitudine, lì fra i pali. Ripeto, io sono sempre in gioco. Devo essere sempre in gioco, anche se il pallone è lontanissimo. Durante una partita non posso perdere tempo a pensare che se sbaglio io è gol sicuro: io devo pensare soltanto a fare in modo che gli avversari - con l’aiuto dei miei compagni - non tirino verso la mia porta. Sarebbe la fine se mi sentissi tranquillo solo perchè l’azione si sta svolgendo lontano dalla mia area. In campo non sarò mai spettatore, ma sempre e comunque protagonista».
«Portieri si nasce. La tecnica ti può migliorare, certo, ma uno certe cose deve averle dentro. Solo che adesso fare il portiere non va molto di moda. In Brasile si dice: i portieri faticano tanto e guadagnano poco. Forse non è vero, di certo non è falso. I bambini di tutto il mondo da grandi vogliono fare i Pato, i Messi, i Ronaldo... Eppure io continuo a pensare che il mio sia il ruolo più affascinante. Solo che più tempo passa e più diventa complicato. Cambiano le regole, cambiano i palloni, non c’è una novità che sia dalla parte dei portieri. I palloni che dobbiamo usare in Europa League, per dirne una, sono pericolosissimi: vanno dove gli pare. Sono traditori. Julio Cesar, per me, è il più bravo portiere oggi in circolazione. Però mi piace anche Buffon, e mi piaceva molto Peruzzi. Avendo per tre anni frequentato le tribune di tutti gli stadi italiani, me li sono studiati bene... Sono stati tre anni molto duri, non lo nego. Non giocare è la cosa più brutta che possa capitare a chi di professione fa il giocatore. Molte volte ho pensato di andar via, ma è stata sempre mia moglie Kelly a bloccarmi. Se adesso sono ancora qui, il merito è solo suo. Insieme abbiamo deciso di far nascere nostro figlio Enzo a Roma, una specie di omaggio a una città che sentiamo nostra. Ecco perché speriamo di fermarci qui almeno altri quattro, cinque, dieci anni. Sono stato tre anni fermo, adesso voglio giocare il più a lungo possibile. La barriera dei quaranta anni non è più insormontabile, giusto?»
«So che c’è gente che pensa che io sia un portiere fortunato. Anzi, più fortunato che bravo. Sarà, ma la fortuna ti può aiutare una volta, due volte, tre volte... Se uno para bene per settimane, per mesi la fortuna non c’entra molto. Qui a Roma, comunque, i tifosi mi hanno sempre rispettato, prima e adesso. Il rispetto è la cosa più importante perché riguarda l’uomo più che l’atleta. Il rispetto è per sempre, non è legato alle prestazioni. E non è neppure una questione di fortuna
».

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