Luis riapre: "Non so se vado via"

La penna degli Altri
sabato, 05 maggio 2012 alle 8:22
IL MESSAGGERO (A. ANGELONI) - Resto, non resto. Forse, non lo so. Essere o non essere. Siamo all’incertezza del «dipende», qualche giorno dopo la certezza del «ho deciso al cento per cento». Luis Enrique è così, non sa, è confuso, magari si confonde nel parlare una lingua non sua. Al di là delle parole, lui aspetta,
Ecco Luis sui tifosi contestatori. Stasera ultima all’Olimpico (i giocatori entreranno in campo con i figli per salutare la tifoseria), forse la sua ultima romana. Si aspetta fischi?
«Mi aspetto un comportamento quasi perfetto del tifo. Altrimenti chiederò a mia moglie di portare uno striscione con scritto “Luis sei un grande” e dall'altra parte un altro con “Luis sei una merda”. Valutare se m'insultano in dieci è difficile. La prima cosa che mi hanno detto quando sono arrivato qua è stata “falli correre” e “fuori le palle”, che pensavo fosse “fuera los balones”. Mi dicevo: certo che bisogna tirarli fuori, a calcio si gioca con i palloni. Dopo l'ho capita. Poi ogni volta che manca Totti o De Rossi si monta un casino della Madonna. Ma chi sa come si allenano i ragazzi? Chi decide la formazione? Io. Sembra che abbia distrutto chissà quale pensiero quando ho lasciato De Rossi fuori da una lista solo perché con i calciatori avevamo raggiunto un accordo sui comportamenti. Se, però, faccio la stessa cosa con Curci non succede niente. Ma di che stiamo parlando? Si è portati a credere che una squadra si faccia in un’altra maniera. Ma poi vedo che, nonostante certe figuracce, i tifosi sono sempre lì e questa è la virtù di questo grande tifo. Sono l'unico che sa quello che succede». Come a dire: la mia filosofia di vita (e di calcio) qui non viene capita. No, forse no.
Sulla squadra. Per molti troppo «ovattata». «A me piace proteggere sempre i giocatori. In un clima di tranquillità i calciatori possono lavorare sempre meglio. Ho messo al primo posto il formare una squadra e dopo i risultati, prima gli interessi dei ragazzi, poi i miei. Ho intrapreso il cammino per me più giusto. Una squadra ti può far vincere i titoli, un calciatore no, neanche Messi. È un po’ strano ma è il mio pensiero»
. E chissà se avrà voglia di darsi un’altra chance. Il cammino è lungo e difficoltoso, il livello di stress inciderà.

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